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complessità
Immigrazione: la retorica dell’identità e la speranza della diversità
Francesco Zanotti
Questo significa che tutti non solo ammettono, ma
proclamano che la nostra identità deve cambiare profondamente. Infatti non si
realizza nessun sogno, non si costruisce nessuno mondo se non si cambia
profondamente se stessi! Se non si cambiano profondamente le istituzioni e via
specificando. Ma questo
cambiamento, anche profondo, non deve distruggere i nostri valori di fondo Ecco
allora parliamo dei valori di fondo. Cosa sono? Be’ innanzitutto non sono
nessun elenco scolpito su nessuna pietra. La nostra società è vivificata da
mille valori che appaiono molto diversi gli uni dagli altri.Non solo, ma esiste una crescente
consapevolezza che questi valori vanno … eh sì .. fatti evolvere anch’essi! Sì, ma c’è
un limite! Esiste, anche se non definita scientificamente, una cosa che si
chiama “civiltà occidentale”. Quella la dobbiamo assolutamente difendere. Bene
allora proviamo a scalfirne la profondità. Scopriremo che essa non è così
lontana ad esempio, da una civiltà che oggi pensiamo molto diversa. Tanto diversa
che temiamo possa portare ad uno scontro di civiltà. Intendo parlare della
civiltà islamica. Solo pochi cenni
per scalfire il pregiudizio della (addirittura) incompatibilità tra le due
culture. Abbiamo un comune Padre: Abramo che un giorno il Signore chiamo fuori
dalla città di Uhr per spingerlo a cercare la terra promessa. Abbiamo allora in
comune la concezione della vita come viaggio. Abbiamo in comune i divulgatori
di Aristotele: Averroè ed Avicenna. E Aristotele è il “fondamento” della
razionalizzazione occidentale della speranza cristiana che poniamo a fondamento
della nostra civiltà. Abbiamo in comune (meglio: ce li hanno dati loro) i
numeri, arabi per l’appunto. Cioè .. udite .. udite … la cultura della
“digitalizzazione”. Ed allora?
Proviamo ad usare queste “seminali” osservazioni per reimpostare davvero la
sfida dell’immigrazione. La prima
scoperta è che essa richiama tutti noi a riscoprire le radici della nostra
identità. Quella che oggi ognuno di noi pensa sia l’identità dell’occidente è
soltanto la somma di nostri valori personali che tendiamo a considerare universali. Scambiamo la nostra
ideologia come civiltà. Sfida: tutti coloro che vogliono difendere la nostra
identità comune, provino a descriverla su di un foglio di carta. Scopriranno
che sarà loro molto difficile non lasciare il foglio vuoto. Quando saranno riusciti
a scrivere qualcosa, per primi non ne saranno soddisfatti. E, quando lo faranno
leggere a qualcuno non troveranno nessuno che lo condivide totalmente.Così come
capita a noi capita anche agli altri. Anche coloro che invece della civiltà
occidentale né vogliono proporre (siamo tutti d’accordo che di usare il verbo
“imporre” non se ne parla per nessuno?) un’altra tropo spesso non ne conoscono
né la profondità nè le origini. Se questo è
vero, allora i conflitti non sono generati da sistemi di valori diversi. Sono
generati dal nostro sistema di vita che anche gli altri vogliono. Ma ci
accorgiamo che non è possibile che questo sistema di vita diventi universale.
Infatti, lo stile di vita occidentale non può diventare lo stile di vita del
mondo perché non vi sono le risorse per sostenerlo. Ed allora tentiamo
strategie di difesa. Che scatenano contro reazioni. Qualche cosa di simile alla
battaglia tra i costruttori di cannoni e di corazze che ha segnato la storia
militare dalla scoperta delle armi da fuoco.Le singole
battaglie non sono che ologrammi di una battaglia tra chi vuole condividere
quello che abbiamo e noi che non ci stiamo a condivere. Se così è,
cosa bisogna fare? Io credo che occorra organizzare un
percorso di scoperta comune delle nostre radici. Noi che
raccontiamo (e scopriamo perché dobbiamo raccontare) la nostra civiltà. Gli
altri che fanno altrettanto. Così
facendo si otterranno due risultati. Il primo sarà quello che ognuno di noi
scoprirà che la propria civiltà è fatta di grandezze e miserie. Il secondo
è che ad ognuno di noi verrà voglia di vivere le ricchezze dell’altro. Accadrà
qualcosa di simile (molto più profondo) a quello che accade quando andiamo in
vacanza in luoghi “esotici”: scopriamo luoghi di vita splendidi. Che non
diventano la nostra dimora abituale. Ma ogni tanto ci torniamo. E ne portiamo a
casa pezzi che trasformano la nostra dimora. Così (molto più profondamente)
accadrà se accetteremo di visitare le altre civiltà. La nostra per prima che
siamo ben lontani dal conoscere. Allora
accadrà che, ad esempio, noi e gli islamici torneremo insieme al nostro comune
padre Abramo. E scopriremo che siamo ancora insieme chiamati a lasciare quella
terra di Uhr che è costituita dalla società industriale. E cercare una nuova e
inevitabilmente comune terra promessa. I bimbi
ed i vecchi. L’inizio non era una trovate retorica. I bimbi e i vecchi sono
altre “civiltà” che stiamo emarginando … Il problema è che dobbiamo cercare la loro immigrazione nella nostra società. Drammatico è il pezzo di Beda Romano sul Sole 24 di oggi (13 ottobre 2006). La sintesi: occorre aumentare la produttività del lavoro perché se non riusciamo a mantenere il numero crescente di nonni. Drammatico perché ghettizza i nonni. Afferma che non sono utili. Invece sono le “civiltà” dei nonni e bimbi che ci possono far scoprire il senso della vita che la civiltà industriale ha perso nel mito stupido dell’eterno giovanilismo. E’ un viaggio nella loro civiltà che ci permetterà di immaginare un nuovo lavoro. |
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Credo che
la prima cosa da fare sia deporre le armi…. Perché è il fragore delle armi che
fa piangere i bimbi e i nonni.La nostra
identità. Esiste un vasto consenso sul fatto che l’immigrazione non deve
diventare un fenomeno che distrugge la nostra identità.