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Come sarebbe meglio investire nei fondi comuni d’investimento? Parte Prima

Valter Vacchini

Premessa

Questo intervento, che sarà presentato in più parti, riprende un lavoro sviluppato nell’anno 2003 e pubblicato on line sul sito www.dirittobancario.it nel mese di gennaio 2004. Sono trascorsi, quindi, tre anni e vorrei analizzare se sono ancora oggi valide le conclusioni a cui allora ero giunto.
Il mercato finanziario è un mercato in cui molti cercano di “leggere” il futuro partendo da una serie di informazioni sul passato, da altre considerazioni sul presente e da una serie di ipotesi (“scenari”) sul futuro. Ma anche qui, un qualsiasi “battito d’ali di farfalla” (leggi: una goccia in più o in meno di petrolio estratta da un qualsiasi “emirato” nonché un accenno di starnuto politico da parte di qualche presidente di peso sugli equilibri del mondo) va a scompaginare qualsiasi teoria micro/macro economica ed ogni “saldo” quotidiano e a mettere una seria ipoteca su quelle che ci potevano sembrare ragionevoli ipotesi sul futuro.
E i vari modelli matematico/statistici di eminentissimi matematici, statistici ed economisti, magari anche premi Nobel, dove vanno a finire? La benedetta o maledetta volatilità è sempre pronta a “spiegare” tutto, essendo, in effetti, madre (o figlia) di se stessa. Quindi, abbiamo sempre una ragionevole certezza che nel futuro il nostro investimento sarà comunque compreso entro un più o meno delta su un valore medio obiettivo. E più ci avvicineremo alla scadenza, tanto più ciò sarà vero, perché lo strumento è autoadattivo e, nel frattempo, nessuno più si ricorderà quali fossero le ipotesi iniziali né verificherà mai se esse comprenderanno nella loro gamma di possibilità il risultato finale raggiunto. Ma qualunque siano le valutazioni finali, ormai i giochi saranno fatti e il piangere sull’eventuale latte versato resterà una mera soddisfazione psicologica. Ciò non toglie che, viceversa, la fortuna potrebbe anche averci arriso, con un risultato migliore delle aspettative (allora scopriremo quanto sarà stato “bravo” il consulente che ci ha seguito nella nostra rotta finanziaria ed efficiente il metodo matematico/statistico adottato).
Allora, non dobbiamo investire oppure dobbiamo investire a casaccio?
Mai più. Investire è una necessità, per noi che dobbiamo almeno avere l’obiettivo minimo di conservare il valore monetario dei nostri beni economici (ma speriamo sempre di poterli accrescere) e per le imprese che, di risorse economiche, hanno sempre un discreto appetito. E pertanto è opportuno farlo con cognizione di causa, almeno secondo il metodo da adottare per il nostro investimento.
In questo e nei successivi interventi tratteremo insieme i fondi comuni di investimento mobiliare.
Certamente non si tratta di attivare sofisticate tecniche di trading o di analisi tecnica o fondamentale, ma solo di stabilire come sarebbe meglio investire in funzione della tipologia del fondo ed anche delle disponibilità economiche su cui pensiamo di contare nell’immediato e per il futuro.


Parte prima – Analisi su indici azionari

La “vendita” del piano d’accumulo

Chiunque, in ambito Sim e bancario, abbia seguito i corsi di formazione alla vendita dei fondi comuni d’investimento, è stato addestrato circa i vantaggi offerti da un investimento attraverso un piano d’accumulo rispetto ad un versamento del capitale in unica soluzione. I medesimi vantaggi costituiscono, durante il contatto con il cliente, motivazioni di vendita da parte del promotore finanziario o dell’incaricato bancario e motivazioni di sottoscrizione del fondo comune da parte del cliente stesso.
In pratica, tutti noi sappiamo, o perché ci siamo più o meno occupati di vendita o perché siamo stati sollecitati o interessati all’investimento in fondi comuni, che i vantaggi tecnici (escludendo, quindi, quelli finanziari collegati allo specifico fondo comune) si possono ricondurre ai seguenti:
- Programmazione di un obiettivo (anche se non pienamente definito) da raggiungere in un certo orizzonte temporale (questo sì, definito dal piano, se mantenuto);
- Possibilità di costruire un capitale obbligandoci ad un risparmio periodico (in qualche modo “forzoso”), dirottando dal consumo parte del nostro reddito;
- Grande vantaggio (e non motivo di disperazione) delle quote del fondo acquistate ai prezzi minori rispetto a quelle acquistate ai prezzi più alti, perché ci permetteranno di approfittare dell’effetto moltiplicatore fornito dal maggiore quantitativo ricevuto a parità di versamento, quando il loro valore dovesse aumentare (sperando che ciò accada in prossimità della scadenza dell’investimento).
Della bontà di queste motivazioni e, soprattutto, di quest’ultima secondo cui “ben vengano le diminuzioni di valore delle quote, perché esse permettono di mediare verso il basso il prezzo di carico” siamo tutti piuttosto convinti, perciò ci sembra logico, e quindi opportuno, acquistare a prezzi bassi un maggior numero di quote, che ci permetteranno un più alto rendimento al momento del disinvestimento, dato che, ne siamo tutti altrettanto convinti, il mercato, nel tempo, non può che crescere. Quindi le “tante” quote acquistate a prezzi minori ci permetteranno di moltiplicare il guadagno quando il valore dell’ultima quota sarà aumentato.
È proprio vero che nella realtà succede ciò che ci viene raccontato e che ci sembra tanto logico e, quindi, giusto?
Cercheremo nel seguito di comprendere il fenomeno, per migliorare, se possibile, le nostre modalità d’investimento o, comunque, per essere più consci di ciò che potenzialmente potrebbe succedere (magari anche perché è effettivamente successo).

L’insieme dei casi esaminati

Come nel citato documento del 2004, prenderemo in esame una serie di casi, che sono nel medesimo tempo teorici e reali.
Si tratta di casi teorici perché non si riferiranno, per ovvie ragioni, a specifici fondi comuni, ma potranno essere considerati reali perché saranno adottati, per le simulazioni, alcuni indici di mercato utilizzati alla stregua di portafogli di fondi comuni, con i valori degli indici stessi assunti come se fossero i valori giornalieri delle quote. In effetti, l’assunzione non è così fantasiosa, perché nulla vieterebbe ad un fondo comune di replicare un indice di mercato (si vedano, a tale proposito, gli ETF).
Per il mercato azionario, l’analisi è stata svolta su un insieme di indici di Borsa Italiana S.p.a. e su un indice Morgan Stanley relativo al mercato azionario italiano osservati mensilmente dal 30 dicembre 1998, gli andamenti dei quali, con rilevamento a fine mese, sono illustrati in Figura 1 (Indici di Borsa Italiana) e in Figura 2 (Indici Mogan Stanley).

Figura 1Fci - Figura 1

Figura 2

Fci - Figura 2Per l’indice Morgan Stanley (Figura 2) sono tracciati due grafici: il primo riguarda l’indice espresso nella valuta originale (dollaro USA), il secondo è la rappresentazione del medesimo indice convertito in euro, secondo il rapporto di cambio rilevato dall’Ufficio Italiano Cambi nel giorno di osservazione del valore dell’indice stesso; in questo modo le considerazioni sugli ipotetici investimenti saranno diverse, in quanto gli andamenti potranno differire a causa dell’effetto della conversione della valuta. La durata dell’investimento dovrà essere sufficientemente lunga per assecondare le teorie d’investimento in capitale di rischio, in generale, e in fondi comuni, in particolare. Ma, siccome nelle simulazioni saranno assunti diversi punti di inizio degli investimenti, i periodi utilizzati avranno durate decrescenti, il che, se da un punto di vista strettamente finanziario potrebbe essere meno significativo, ci permetterà di esaminare i risultati potenzialmente ottenibili in situazioni non omogenee, come effettivamente avviene nella realtà degli investimenti.
Per simulare un investimento in un fondo comune, si è supposto che i versamenti periodici mensili siano di entità pari a 50 (che potremmo immaginare di valuta euro, anche se ciò non ha alcuna importanza) e che il versamento iniziale sia pari ad una annualità, cioè a 600. Ovviamente non si tiene conto di eventuali costi né oneri fiscali che, stante il criterio di tassazione ancora adottato, andrebbero a mortificare il valore della quota.
I valori degli indici sono sempre stati rilevati l’ultimo giorno di mercato aperto di ogni mese con inizio il 30 dicembre 1998, salvo per quelli con data di nascita successiva. La data dell’ultima osservazione utilizzata è il 29 settembre 2006. I valori eventualmente definiti nel contesto come massimi e minimi non rappresentano necessariamente i massimi o i minimi effettivamente toccati dagli indici, bensì i valori massimi e minimi dei valori di fine mese utilizzati come valori delle quote nelle simulazioni d’investimento.
Il primo indice adottato per la simulazione è il Mibtel, l’indice telematico di Borsa Italiana S.p.a. rappresentativo di tutto il mercato. All’ultima data di osservazione sono trascorsi ben più dei canonici cinque anni (anche se non sono stati ancora raggiunti i dieci), per cui si possono considerare sufficientemente significative le considerazioni che saranno fatte.
Allo scopo di rendere più facilmente comparabili tra loro i movimenti degli indici, in Figura 3 è riportato un grafico in cui i valori sono stati ricondotti a base iniziale uguale a 100. Tutti gli indici decorrono dalla data del 30 dicembre 1998, fatta eccezione per l’indice Star, la cui prima osservazione risale al 30 dicembre 2001.

Figura 3

Fci - Figura 3I risultati delle simulazioni

Come detto, sono stati simulati investimenti utilizzando gli indici citati come se si trattasse di fondi comuni di investimento utilizzando le due tecniche che normalmente sono adottate: un piano di accumulo periodico ed un investimento in unica soluzione.
Mentre il piano di accumulo si realizza, come detto, attraverso un versamento iniziale di 600 e versamenti periodici mensili pari a 50, il versamento unico è, ad ogni scadenza mensile, aggiornato al medesimo ammontare versato, fino al mese in esame, per il corrispondente piano di accumulo. In questo modo, i due investimenti sono equivalenti dal punto di vista del capitale complessivamente investito, ma forniranno risultati finali diversi perché, mentre al versamento unico farà capo un numero di quote determinato dal solo valore iniziale della quota (valore dell’indice al giorno in cui inizia l’investimento), per il piano di accumulo il numero complessivo delle quote sarà ottenuto sommando quelle singolarmente acquisite ad ogni versamento mensile più quelle iniziali. È evidente che, essendo costante l’importo mensilmente investito nel piano di accumulo e variabile il valore dell’indice osservato ad ogni fine mese, ad ogni versamento corrisponderà un numero variabile di quote. Siccome il patrimonio complessivo dipende solo dal valore dell’ultima quota, mentre difficilmente il numero di quote acquisito con il versamento unico sarà uguale al numero di quote raggiunto dal piano di accumulo, allora i risultati dei due metodi d’investimento saranno diversi. Da questa differenza deriverà la considerazione se, in via generale, sarebbe più conveniente investire in fondi comuni riferiti ad un mercato azionario utilizzando il metodo del piano di accumulo ovvero dell’investimento unico (fatta l’ipotesi di disporre comunque del capitale totale necessario).
Come detto, lo studio decorre dal 30 dicembre 1998 e prevede che, ad ogni fine mese, possa iniziare un investimento che prosegue fino al mese in cui è fatta l’ultima osservazione (nel nostro caso si tratta di fine settembre 2006). Per ognuno di questi investimenti sono messi a confronto i risultati ottenibili dal piano di ac-cumulo e dall’investimento unico ed è data una segnalazione grafica circa quale delle due strategie avrebbe dato il miglior risultato in corrispondenza dell’ultimo mese osservato.
Vediamo, di seguito, le simulazioni applicate agli indici utilizzati.

1. Simulazione sull’indice Mibtel.

Si veda il grafico di Figura 4.

Figura 4Fci - Figura 4

In esso è riportato l’andamento dell’indice Mibtel normalizzandolo in modo che risulti uguale a 100 il primo valore della serie storica (la scala di lettura dei valori normalizzati dell’indice si trova sull’ordinata di destra dei grafici).
Al grafico dell’indice è sovrapposto un istogramma che rappresenta il “vantaggio” dell’investimento in unica soluzione rispetto al piano di accumulo. Ovviamente, si ha un “vantaggio” solo quando le barre del grafico si trovano al di sopra delle linea dell’ascissa.
Ogni barra dell’istogramma rappresenta il “vantaggio” (o lo “svantaggio”) tra un investimento unico ed un piano di accumulo che inizino alla stessa data in cui si trova la barra stessa dell’istogramma ed abbiano il medesimo capitale investito (ammontare del versamento unico uguale alla somma dei versamenti effettuati con il piano di accumulo).
Confrontando l’istogramma con l’andamento dell’indice, si rileva facilmente che tutti gli investimenti effettuati tramite versamenti unici, che fossero iniziati durante il primo periodo in cui l’indice sta al di sopra dell’ascissa, sarebbero stati svantaggiosi rispetto ad un piano rateale di acquisto di quote.
Viceversa, il periodo di basso mercato, rappresentato dalla parte del grafico sottostante l’ascisse, caratterizzato comunque da una fase di crescita non ancora interrotta, avrebbe fornito risultati maggiormente vantaggiosi utilizzando versamenti unici rispetto agli equivalenti piani di accumulo.
Si può altresì osservare che i “vantaggi” sono maggiori se si ha la fortuna di effettuare il versamento unico in corrispondenza di momentanei punti di minimo.
È da osservare che l’ultimo valore dell’indice (per intenderci, quello misurato a fine settembre 2006 pari a 29.414) è tuttora inferiore a molti dei valori assunti nel periodo in cui il grafico si colloca al di sopra dell’ascissa (nel periodo dal 29 febbraio 2000 al 31 gennaio 2001 il valore di fine mese dell’indice è sempre stato al di sopra di 30.000), pertanto un ipotetico versamento unico effettuato in quel periodo di massimo ancora oggi non trova compensazione, mentre un versamento unico sarebbe riuscito ad utilizzare più proficuamente di un piano di accumulo il lungo periodo di basso, ma crescente, mercato.

2. Simulazione sugli indici Mib30, Midex e S&P/Mib.
Si osservino le Figure 5, 6 e 7.

Figura 5

Fci - Figura 5Figura 6Fci - Figura 6

Figura 7Fci - Figura 7

 I tre indici sono caratterizzati da andamenti discretamente simili tra loro nonché a quello dell’indice Mibtel.
Prendendo come riferimento l’asse delle ascisse, i grafici degli indici presentano inizialmente una parte superiore ad esso seguita da una parte sottostante (di limitata durata nel caso del Midex) con tendenza crescente (date di minimo al 30 settembre 2002 e, per il Midex, al 31 marzo 2003, preceduta, comunque, da un mimino alla stessa data del 30 settembre 2002).
Gli istogrammi presentano le medesime caratteristiche viste per l’indice Mibtel, per cui i piani di ac-cumulo risultano vantaggiosi rispetto ai versamenti unici quando sono iniziati durante le fasi di mercato basso e con successiva tendenza al rialzo.

3. Simulazione sull’indice Star.
Il confronto tra i risultati ottenuti con le simulazioni di investimento sull’indice Star si trova nella seguente Figura 8.

Figura 8Fci - Figura 8
Salvo un breve periodo di un anno compreso tra il 31 luglio 2002 ed il 31 luglio 2003, l’indice si è sempre mantenuto al di sopra dell’ascisse (il che significa che i suoi valori sono stati quasi sempre superiori a quello di inizio), assumendo una tendenza complessivamente crescente.
L’istogramma del confronto tra investimento unico e piano d’accumulo dimostra, per questo indice e per l’andamento fino ad ora assunto, che un investimento unico sarebbe stato sempre vantaggioso. Fanno eccezione a questa affermazione solo alcuni istanti presi in corrispondenza ad una fase di massimo (toccato il 28 febbraio 2006) seguita da un ribasso che, peraltro, sembrerebbe in corso di recupero (dal 31 luglio 2006).
Come si può osservare dall’istogramma, i punti di maggior vantaggio del versamento unico si ottengono in corrispondenza delle date in cui si sono verificati i minimi dell’indice.

4. Simulazione sull’indice MSCI del mercato italiano espresso in USD e in EUR.
Rispetto alle situazioni già descritte, una simulazione eseguita sull’indice MSCI (Morgan Stanley Capital International Inc.) calcolato sul mercato italiano si presenta più complessa.
L’indice è valorizzato nella valuta americana (USD) ed è ottenuto per trasformazione in dollari USA di un indice calcolato, secondo metodologie determinate dalla stessa Morgan Stanley Inc., su un portafoglio di titoli espressi nella nostra valuta nazionale.
Se l’indice fosse impiegato come un fondo comune e su di esso si applicassero le tecniche di inve-stimento in piani di accumulo e in investimenti unici, il risultato sarebbe quello indicato nella Figura 9.

Figura 9Fci - Figura 9
L’indice si è praticamente mantenuto sempre al di sotto del suo valore di origine, assunto il 31 dicembre 1998, (con esclusione 29 febbraio e del 30 giugno 2000) fino al 30 novembre 2004, inoltre dal 30 giugno 2000 ha seguito una fase discendente che ha raggiunto un minimo il 30 settembre 2002, data dalla quale ha iniziato un lento recupero, superando il valore del 30 dicembre 1998 solo il 30 dicembre 2004 e, in misura più continua, il 30 novembre 2005.
Gli effetti di tali andamenti sugli ipotetici investimenti utilizzando l’indice come un fondo comune, sono tali da rendere più vantaggiosi i piani di accumulo durante il primo periodo di incertezza nell’andamento dell’indice, ma, viceversa, sicuramente più vantaggiosi gli investimenti unici durante il periodo di discesa dell’indice seguito dalla sua pressoché continua risalita.
La trasformazione del valore dell’indice nella nostra valuta locale (EUR) secondo i rapporti di cambio rilevati dall’Ufficio Italiano dei Cambi nelle date di osservazione dell’indice stesso, porta ai risultati rappresentati graficamente nella Figura 10.

Figura 10Fci - Figura 10
L’effetto del rapporto di cambio tra le valute altera profondamente l’andamento dell’indice e, di conseguenza, l’ammontare dell’investimento al suo inizio (o ad ogni successivo versamento) ed al suo termine o, comunque, nell’istante in cui esso è misurato. Si tenga presente che il rapporto di cambio del giorno in cui è fatto un versamento (unico ovvero rata di un piano di accumulo) mantiene una relazione immutabile nel tempo sull’ammontare del capitale impiegato, mentre il rapporto di cambio dell’istante in cui l’investimento viene misurato (magari per decidere il disinvestimento) si modifica di giorno in giorno, modificando, di conseguenza, l’ammontare del capitale raggiunto ed il guadagno o la perdita sull’investimento stesso. Per chiarire ulteriormente, nel momento in cui si fanno investimenti in una valuta diversa da quella nazionale, sarebbe opportuno che questa si trovi in un momento di “forza”, in modo da acquisire, a parità di euro investiti, una quantità maggiore di valuta estera (quindi, una quantità maggiore di titoli in tale valuta); ma nel momento dell’eventuale disinvestimento sarebbe auspicabile, per l’investitore, trovarsi in una fase di “debolezza” della valuta nazionale, in modo da ottenere, a parità di valore dei titoli in valuta estera, un maggiore importo in euro.
La prima fase di relativa costanza dell’indice misurato in USD (Figura 9) si trasforma, per effetto del cambio, in un ciclo di crescita e di diminuzione dell’indice convertito in EUR (Figura 10), rendendo assai più vantaggiosi gli investimenti in piani di accumulo rispetto ai versamenti unici.
La successiva fase di diminuzione, seguita da una tendenza al rialzo dopo i minimi toccati il 30 settembre 2002 e il 31 marzo 2003, porterebbe, invece, un maggior vantaggio ad investimenti eseguiti con versamenti unici.

5. Considerazioni generali sui risultati delle simulazioni
Innanzitutto si ricorda che gli istogrammi, che abbiamo analizzato nelle precedenti simulazioni, non stanno ad indicare se un investimento unico è in perdita o in guadagno rispetto ad un equivalente piano di accumulo. Essi indicano, invece, se un investimento unico sarebbe stato (all’ultima data di valutazione) più o meno vantaggioso rispetto all’equivalente piano di accumulo, indipendentemente dal fatto che ognuna delle due forme sia autonomamente in guadagno o in perdita. I risultati economici raggiunti, infatti, dipendono esclusivamente dal numero complessivo di quote possedute e dal valore della quota nel giorno di disinvestimento (o di valutazione dell’investimento stesso), oltre che dal capitale complessivamente versato.
Posto che un versamento unico risulta essere in guadagno solo se il valore della quota all’atto del disinvestimento è superiore a quello del giorno in cui inizia l’investimento, esso risulta vantaggioso sul piano di accumulo se, dal giorno in cui inizia l’investimento stesso, l’andamento dell’indice di rife-rimento mantiene una tendenza crescente, come si può notare dagli istogrammi in cui le barre di maggiore altezza si posizionano sugli investimenti che iniziano in corrispondenza di valori minimi.
Viceversa, un piano di accumulo fornisce il risultato migliore quando l’indice di riferimento, a partire dalla data di inizio dell’investimento, subisce variazioni di segno opposto.
In ogni caso, si tenga presente che gli esempi raffigurati non rappresentano risultati acquisiti. Infatti, se è vero che il passato è consolidato (nel senso che i valori degli indici non potranno modificarsi), il futuro è, invece, in continua evoluzione, per cui le barre degli istogrammi cambieranno, nel tempo, la loro altezza e potrebbero modificare anche il loro segno (nel senso che una barra potrebbe spostarsi dal verso positivo a quello negativo o viceversa), in funzione dei valori che, mese dopo mese, gli indici assumeranno.


Fondi comuni PIC vs PAC

Posted by anbot at 15-12-2007 19:38

l'argomento e trattato anche graficamente sul mio sito http://www.abfondi.it

by Valter Vacchini last modified 24-11-2006 12:02
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