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Stefano Verza


di GUIDO TIBERGA

I Simpson sono la maestra Krabapel che costringe il piccolo Bart a scrivere cento volte sulla lavagna «Il rutto non è una risposta»; sono il bambino ignorantissimo che copia ai test di ammissione e finisce in una scuola per secchioni iperdotati; sono il vecchio Homer che non lavora, combina guai, si fa licenziare ma in qualche modo riesce sempre a farsi riassumere; sono Arnold Schwarzenegger, improbabile presidente degli Stati Uniti, che dichiara impunito: «Mi pagano per comandare, non per leggere».

I Simpson sono la professoressa di Palermo che costringe il bullo di turno a scrivere cento volte «Io sono un deficiente»; sono gli studenti che barano ai test universitari; sono la Corte di Cassazione costretta a decidere se si può o no licenziare chi fa di tutto per non lavorare; sono Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, possibili premier d’Italia, che cadono nel tranello dei ragazzi di An e disquisiscono a lungo su «Pai Mei dittatore del Laos» o sulla «borgata Pinarelli», ignari e indifferenti del fatto che né l’una né l’altro siano mai esistiti.
I Simpson siamo noi con la faccia gialla e i capelli blu: Homer è il padre debole e succube dei figli che ciascuno di noi è diventato suo malgrado, Bart è il ragazzino maleducato e sbruffone che, alle prime difficoltà, torna a farsi consolare dalla mamma, Lisa è la figlia che tutti vorrebbero mostrare al mondo: saggia studiosa giudiziosa, e quasi certamente infelice.

  • Springfield, Italia

Ci sono voluti quattrocento episodi televisivi per cementare il processo di identificazione. Adesso, per chi si ostina a cercare Springfield e i suoi sgraziati abitanti in qualche piana del Midwest americano, è arrivata la conferma delle cifre: il film dei Simpson è arrivato venerdì, e nel primo week-end ha messo uno sull’altro sei milioni di euro. Più di «Harry Potter», dei «Pirati dei Caraibi», di «Shrek», più degli stessi Simpson negli altri paesi d’Europa. Che cosa c’è dietro le cifre che hanno sorpreso persino i distributori? Il genio di Matt Groening, l’autore che dal 1987 porta avanti la serie; il sapore ruffianamente ecologico della trama (Homer, tanto per cambiare, commette un errore che porta il mondo sull’orlo della catastrofe); il talento degli animatori, che per la prima volta riescono a non uccidere sul grande schermo personaggi nati e cresciuti in televisione; la rapidità del film, la martellante campagna pubblicitaria, le musiche accattivanti.
Tutto vero. Però il successo italiano del film nasconde qualcos’altro: Groening non racconta una storia «per la famiglia», non ci sono bontà, melassa, fiabe, maghi e orchi buoni solo per fuggire dalla realtà. I Simpson - specie per chi, come noi, non può cogliere al volo i riferimenti alla società americana - raccontano da sempre una storia «sulla famiglia»: quella cinica e scassata di oggi, quella che si siede davanti alla tv e lì resta con il cervello nel cassetto.

  • Le famiglie

I Simpson sono personaggi, tra i pochissimi ormai, che padri e figli possono guardare insieme. Homer che si ingozza di ciambelle, Lisa che con la sua saggezza a tutto tondo finisce per essere vagamente una rompicoglioni, tutti che alla fin fine dipendono da Marge, la moglie-mamma dominatrice. Tutto esagerato, ma tutto più o meno familiare. Padri e figli guardano i Simpson e si riconoscono: ridono ognuno della caricatura dell’altro, che in fondo è sempre il modo migliore di ridere insieme.


by Stefano Verza last modified 19-09-2007 13:54
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