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Oggi 19 settembre su LaStampa.it
Stefano Verza
di GUIDO TIBERGA
Ci sono voluti quattrocento episodi televisivi per cementare il processo di identificazione. Adesso, per chi si ostina a cercare Springfield e i suoi sgraziati abitanti in qualche piana del Midwest americano, è arrivata la conferma delle cifre: il film dei Simpson è arrivato venerdì, e nel primo week-end ha messo uno sull’altro sei milioni di euro. Più di «Harry Potter», dei «Pirati dei Caraibi», di «Shrek», più degli stessi Simpson negli altri paesi d’Europa. Che cosa c’è dietro le cifre che hanno sorpreso persino i distributori? Il genio di Matt Groening, l’autore che dal 1987 porta avanti la serie; il sapore ruffianamente ecologico della trama (Homer, tanto per cambiare, commette un errore che porta il mondo sull’orlo della catastrofe); il talento degli animatori, che per la prima volta riescono a non uccidere sul grande schermo personaggi nati e cresciuti in televisione; la rapidità del film, la martellante campagna pubblicitaria, le musiche accattivanti.
I Simpson sono personaggi, tra i pochissimi ormai, che padri e figli possono guardare insieme. Homer che si ingozza di ciambelle, Lisa che con la sua saggezza a tutto tondo finisce per essere vagamente una rompicoglioni, tutti che alla fin fine dipendono da Marge, la moglie-mamma dominatrice. Tutto esagerato, ma tutto più o meno familiare. Padri e figli guardano i Simpson e si riconoscono: ridono ognuno della caricatura dell’altro, che in fondo è sempre il modo migliore di ridere insieme. |
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