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complessità , networking e collaborazione

La Libertà non è uno spazio libero...Libertà è...

Ugo Lombardini

Il nostro futuro

Ci hanno rubato il nostro futuro.

C’è chi pensa di poterlo progettare e di farcelo realizzare.

Ma qualche cosa non va.

Nelle aziende, per esempio. Gli stimoli al cambiamento sono tanti e pesanti. E arrivano, prima di tutto, dai vertici aziendali che decidono riorganizzazioni (per aumentare la competitività), acquisizioni e fusioni (per raggiungere la massa critica) e processi nuovi in azienda (per ottimizzare l’utilizzo delle risorse e ridurre i costi).

Coloro a cui è stata demandata la progettazione dei cambiamenti, progettano sempre più freneticamente (e unilateralmente) un mondo che qualcun altro dovrebbe implementare.

Poi i manager dispongono, pianificano, controllano e decidono i piani operativi e le procedure per implementare le scelte che altri hanno definito a tavolino.

I rapporti con i colleghi e i collaboratori sono visti, il più delle volte, in funzione della loro utilità per raggiungere gli obiettivi assegnati. “Fare comunità” per condividere la visione del futuro, costruendolo insieme, non è un’occupazione diffusa e, per la verità, il più delle volte c’è solo tempo per lavorare....non certo per pensare !

 

Il discorrere non finalizzato è scomparso dal nostro comportamento.

La libertà è scomparsa.

Perché non condividiamo, nel senso di “progettare insieme”, ciò che ci chiedono di costruire.


Ma così non funzion 

Perché ?

La teoria dei sistemi complessi ci viene in aiuto per rispondere alla domanda.

L’individuo è un sistema vivente, un sistema complesso che, tra le altre proprietà che lo contraddistinguono, ha quella dell’auto-organizzazione.

Un sistema che si auto-organizza è un sistema che sceglie gli stimoli esterni a cui reagire e reagisce modificando la propria organizzazione per mantenere la propria struttura....cioè per sopravvivere.

In tal modo esso co-evolve con l’ambiente, non adattandosi ad esso ma influenzandolo e inducendo, a sua volta, cambiamenti e riorganizzazioni nell’ambiente stesso.

In questo processo, il sistema tira fuori tutta la sua creatività per sviluppare nuovi modelli di organizzazione.

Se è impedita, o fortemente limitata, la possibilità di scegliere gli stimoli a cui reagire e di creare nuove forme di organizzazione, non si sente libero.

Quello che l’ambiente gli impone è una costrizione che diventa sempre più pesante e che viene sempre più rifiutata perché percepita come imposizione.

Ecco così che le riorganizzazioni pensate dai vertici vengono percepite come qualcosa che si deve fare perché l’Azienda lo richiede ma che rimane comunque estraneo al proprio mondo e al proprio futuro.

In questo senso, non è vero che l’uomo ha una innata inerzia al cambiamento. Il fatto è che gli stimoli, i cambiamenti dell’ambiente, le riorganizzazioni decise dai vertici aziendali non sono brutte in sé stesse. E’ brutto il modo in cui vengono decise e implementate.

A tavolino, in un contesto diverso e slegato da quello che pretendono di riorganizzare: ecco come vengono progettati i cambiamenti che i manager dovrebbero implementare.

E in questa loro genesi è scritto il fallimento a cui andranno incontro.

Quello che manca è la partecipazione.

E allora ?

E allora siamo arrivati al punto.

Se qualcuno definisce in che modo il mio mondo deve cambiare, la mia reazione, prima di tutto inconscia, è di rifiuto perché percepisco questo modo di fare come una coercizione, una forzatura al mio essere. Proprio perché inconscia, essa è estremamente forte: è il mio comportamento e quindi difficilissimo da cambiare.

Solo se gli stimoli che ho ricevuto dall’ambiente sono stati considerati “interessanti” da tutto il mio essere e se mi viene lasciata la possibilità di ri-organizzarmi, scatta la reazione di sopravvivenza e interviene la creatività per generare modelli nuovi di organizzazione e di comportamento. Accoppiamento con l’ambiente e autonomia di riorganizzazione interna sono le due facce della stessa medaglia che conciliano la dipendenza inevitabile da qualcosa di esterno e la libertà individuale.

Il sistema individuo decide la propria strada e co-evolve con l’ambiente.

Succede la stessa cosa a tutti i sistemi complessi: la comunità, l’azienda, la città, la Società, ecc..

Il cambiamento si realizza con il coinvolgimento totale dell’individuo.

Cioè con la motivazione.

Tutti la cercano e nessuno la trova

Avete mai sviluppato, o fatto sviluppare, un corso multimediale o un progetto di e-learning?

O avete mai provato ad avviare una comunità in un’Azienda ?

Paradossalmente, la preoccupazione principale sembra essere non tanto la capacità del corso o dell’intero progetto di trasferire nozioni e informazioni utilizzando una metodologia didattica che favorisca i processi di apprendimento. O la creazione di nuova conoscenza.

Il management aziendale è tutto assorbito dalla preoccupazione di come motivare le proprie persone a fruire i corsi, ad usare i learning management systems (sono costosissimi e non ci si può permettere di “tenerli in un cassetto” dopo averli pagati così cari !), a partecipare alle attività della neo-costituita comunità (altrimenti, se non partecipa nessuno, vuol dire che il meccanismo non funziona !).

L’attenzione e lo sforzo progettuale sono tutti focalizzati sul quesito principe: come motivo le mie persone ?

A tale esigenza si tenta di rispondere con le soluzioni più ardite:

 

*     corsi a cartoni animati, sviluppati senza la minima traccia di metodologia didattica ma tanto belli da vedere....così belli che gli utenti non avranno sicuramente niente di meglio da fare se non studiarli

 

*     premi per chi completa i percorsi formativi in tempi brevi e con punteggi alti. Nelle situazioni più “seriose” il premio è un libro, in quelle più “formali” è un riconoscimento economico o di carriera (i famosi punti accumulati se si fa il corso di Excel), fino ad arrivare alla bottiglia di champagne se i corsi vengono erogati in un periodo vicino al Natale !

 

I risultati sono, nel migliore dei casi, transitori. Non certo tali da giustificare l’impegno profuso nel progetto da parte di chi lo ha gestito.

In realtà è tutto più semplice....

Proviamo a mettere insieme le idee abbozzate finora e vediamo se ne esce uno scenario realistico, credibile e realizzabile:

l’individuo deve sentirsi libero di progettare il proprio futuro,

cioè i cambiamenti da realizzare per costruire un mondo che è anche suo,

altrimenti scatta il meccanismo di rifiuto verso le imposizioni

 

per sperimentare questa sensazione di libertà

(vera, non contrabbandata sperando che non se ne accorga !),

egli deve partecipare (in modo altrettanto reale) alla definizione del futuro

 

progettare il mondo futuro ideato insieme ad altri

è garanzia di alta motivazione nel realizzarlo

(insieme a chi, con lui, lo ha progettato)

 

Alla base di tutto stanno gli stimoli.

Come innescare il processo di coinvolgimento ?

Come stimolare le persone a prendere in mano il futuro proprio e quello della propria Azienda (tra l’altro, gli individui molto spesso sono abituati a lavorare in ambienti in cui nessuno si è mai aspettato da loro un contributo personale in termini di immaginazione, creatività, progettualità e strategia) ?

In che modo assicurarsi la loro partecipazione alle comunità che, nelle Aziende più lungimiranti si stanno creando ?

Abbiamo detto che, in base all’approccio sistemico finora seguito, il sistema uomo sceglie gli stimoli a cui reagire.

In pratica allora, dobbiamo fornire alle persone stimoli interessanti che li facciano pensare a com’è il loro mondo e a come potrebbe essere.

E a fornirli in modo che arrivino al cuore, ancor più che alla testa: devono essere vissuti prima ancora che capiti. E’ l’emozione la chiave per aprire il mondo interiore della gente.

Creare comunità intorno

*     al senso del proprio lavoro

*     ad una visione sistemica globale del proprio ruolo in azienda

*     al progetto di piani commerciali e strategici aziendali

*     a come svolgere la propria mansione con imprenditorialità

*     alla possibilità di condividere valori ed esperienze con i clienti piuttosto che aggredirli

è molto più facile di quanto possa sembrare.

E la gente non chiede altro che partecipare....anche senza bottiglia di champagne.


Siamo proprio certi che le persone vogliano partcipare e sentirsi libere?

Posted by cmazzuc at 22-08-2006 16:52
La libertà è partecipazione, cantava una canzone di Giorgio Gaber e sicuramente per una persona della mia generazione ciò non solo è vero ma è ancora valido, a distanza di tempo e nonostante i molti cambiamenti culturali, sociali e politici che nel frattempo si sono susseguiti.

Eppure il dubbio che a voler partecipare siano in pochi e che in molti invece siano disposti a rinunciare alle proprie libertà e a rendersi 'schiavi' ( vedi anche gli articoli qui pubblicati dal mio partner Nicola Antonucci ) si è pian piano insimuato nella mia mente, tanto da modificare comportamenti e azioni.

Si tratta innazitutto di un problema culturale perchè non tutti gli individui dispongono delle conoscenze ed informazioni necessarie ad affrontare le sfide della complessità odierna e quelle derivanti dalla globalizzazione e da un mondo che è ritornato ad essere piatto. Ma si tratta anche di un problema sociale perchè, nonostante sia cresciuto negli anni, l'impegno nel no-profit e nel volontariato, sono venute meno molte delle infrastrutture e sistemi che favorivano interazione, collaborazione e partecipazione ( partiti, sindacati, chiesa ecc. ). E infine è anche un problema politico perchè una classe politica sempre più oligachica e auto-referenziale, per garantirsi sopravvivenza e privilegi, ha vanificato ogni forma di partecipazione o emergenza del nuovo ( movimenti della società civile e nuove forme di cittadinanza attiva) dal basso, cosa che secondo la teoria della complessità dovrebbe invece essere favorita e ricercata costantemente.

La mia è una semplice provocazione e non entra nel merito, pure molto interessante, dell'esempio che fai sulla formazione a distanza e i sistemi di LMS.

L'argomento necessita comunque di altri e ulteriori approfondimenti.

Ciao
Carlo

Libertà e Tipi umani

Posted by sailor954 at 22-08-2006 19:43

Proprio a quella canzone faceva ovviamente riferimento il titolo (d'altra parte siamo della stessa generazione !).

Sono d'accordo con te: non tutti vogliono sentirsi liberi. Alcuni tristemente abdicano al ruolo di attori della propria esistenza. Ci sono gli Shine e gli Ugly, come li ho chiamati nel documento che pubblico su questo stesso sito. Superando la tentazione di considerarci tutti uguali, almeno dal punto di vista del comportamento, non delle potenzialità e dei diritti, credo che si possano individuare gli individui "attivi", propositivi, entusiasti, con voglia di fare (Shine) e quelli con comportamenti "passivi", sfiduciati, non collaborativi, chiusi (Ugly). I primi sono quelli che vogliono partecipare perchè ritengono la partecipazione un'espressione della propria libertà. I secondi sono quelli che, come dici tu, rinunciano alle proprie libertà e si rendono "schiavi". Ma questo capita non perchè ci siano i "buoni" e i "cattivi". Sono (anzi: siamo) tutti buoni, in principio. Poi però il potere costituito (in tutte le sue forme: Stato, Chiesa, Impresa, Società) fa di tutto per vanificare la partecipazione degli individui, ponendo così il presupposto per la creazione del "tipo cattivo". Sono d'accordo: è un problema sociale, politico e tragicamente Etico.

Grazie Ugo

by Ugo Lombardini last modified 29-08-2006 20:11
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