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complessità della vita

Bettelli Oscar

Una prima domanda che viene in mente è: che cos’è la vita?

welcome_alf - http://www.flickr.com/photos/aroseo/È molto difficile rispondere a questa domanda prendendola in tutte le sue profonde implicazioni umane; piuttosto è possibile accostarsi ad essa secondo una prospettiva strettamente scientifica e limitarsi, in primo luogo, alla vita intesa come fenomeno biologico. All’interno di questo orizzonte concettuale limitato, la suddetta domanda potrebbe pertanto essere riformulata come: “Quali sono le caratteristiche che definiscono i sistemi viventi?”.

Basta guardare per un istante l’incredibile varietà degli organismi viventi – animali, piante, uomini, microrganismi – per fare subito un’importante scoperta: tutti gli organismi biologici sono costituiti da cellule. Senza le cellule, non ci sarebbe vita sulla Terra. È possibile che non sia stato sempre così ma, per quanto riguarda la situazione attuale, possiamo affermare con sicurezza che ogni forma di vita è basata sulle cellule.

Al fine di identificare le caratteristiche strutturali della vita, è possibile studiare i sistemi più semplici nei quali queste caratteristiche si manifestano. Si tratta di una strategia riduzionista che si è dimostrata molto efficace nell’ambito delle scienze: basta soltanto evitare di cadere nell’ingenuità di credere che le entità complesse non siano altro che la somma delle loro parti più semplici.

Una singola cellula è più complessa di una moderna fabbrica automatizzata e può vivere soltanto in un ambiente ben preciso e piuttosto complesso di tipo biochimico.

Ciò significa che, fin al livello cellulare, dobbiamo fare una distinzione fra due tipi di complessità cellulare: la complessità interna, quella delle strutture biochimiche interne all’organismo, e la complessità ecologica, ossia il fatto che, in termini chimici, l’organismo ha delle richieste da fare all’ambiente esterno.

yellow_spot - http://www.flickr.com/photos/aroseo/Nessun organismo può vivere in una situazione di completo isolamento. Per i loro fabbisogni energetici, gli animali dipendono dalla fotosintesi delle piante, e queste, a loro volta, dipendono dall’anidride carbonica prodotta dagli animali (così come dall’azoto che i batteri fissano alle loro radici); e, nel loro insieme, piante, animali e microrganismi regolano l’intera biosfera e mantengono quelle condizioni che rendono possibile la vita. Stando alla teoria di Gaia l’evoluzione dei primi organismi viventi procedette di pari passo con la trasformazione della superficie planetaria da un ambiente inorganico a una biosfera in grado di autoregolarsi: In tal senso la vita è una proprietà che andrebbe attribuita ai pianeti più che non ai singoli individui.

Chiediamoci ora: come funziona una cellula batterica?

Quali sono le sue caratteristiche essenziali?

Quando osserviamo una cellula al microscopio elettronico possiamo notare che, nei suoi processi metabolici, entrano in opera delle particolari macromolecole (molecole molto grandi, che consistono di lunghe catene formate da centinaia di atomi). Nelle cellule troviamo due tipi di queste macromolecole: le proteine e gli acidi nucleici (DNA e RNA).

Nelle cellule batteriche ci sono essenzialmente due tipi di proteine: gli enzimi, che agiscono come catalizzatori nei vari processi metabolici, e le proteine strutturali, che sono parte della struttura delle cellule stesse. Negli organismi più evoluti troviamo anche molti altri tipi di proteine con proprie funzioni specializzate, come gli anticorpi del sistema immunitario o gli ormoni.

Dato che la maggior parte dei processi metabolici vengono catalizzati da enzimi, e gli enzimi sono codificati dai geni, possiamo dire che i processi cellulari sono controllati a livello genetico – cosa, questa, che garantisce loro una grande stabilità.

Il DNA è responsabile del processo di autoreplicazione cellulare.

Si tratta di una caratteristica di cruciale importanza per la vita: senza di essa, infatti, qualunque struttura organica fosse venuta a formarsi avrebbe poi finito per corrompersi fino a sparire, e la vita non avrebbe mai potuto evolversi.

La scienza moderna conclude: I sistemi viventi sono sistemi chimici che contengono DNA.

C’è però un problema in questa definizione, problema che nasce dal fatto che anche le cellule morte contengono DNA. In effetti, le molecole di DNA possono conservarsi per centinaia – se non anche migliaia – di anni dopo la morte dell’organismo; un esempio particolarmente eclatante si è avuto pochi anni fa, quando degli scienziati tedeschi sono riusciti a identificare la precisa sequenza genetica nel DNA estratto da un teschio di un uomo di Neanderthal – ossia da ossa morte da oltre centomila anni. La semplice presenza del DNA, pertanto, non è ancora sufficiente per definire la vita. Alla fin fine dovremmo modificare la nostra definizione e dire: I sistemi viventi sono sistemi chimici che contengono DNA e che non sono morti. Il che equivale a dire: un sistema vivente è un sistema che è vivo. Ovvero una mera tautologia.

Queste considerazioni ci mostrano come le strutture molecolari delle cellule non siano sufficienti a fondare una definizione della vita. Occorre descrivere anche i processi metabolici che avvengono nella cellula: dobbiamo analizzare i vari modelli di relazione fra macromolecole. Per far questo dobbiamo porre la nostra attenzione sulla cellula stessa intesa come una totalità.

Una cellula è caratterizzata da un limite esterno (la membrana cellulare) che separa il sistema vivente – il “sé”, per così dire – dall’ambiente circostante. All’interno di questa membrana, troviamo tutta una rete di reazioni chimiche (il metabolismo cellulare) attraverso le quali il sistema si conserva in esistenza.

Fin dalla sua comparsa, la vita sulla Terra è sempre stata associata alla presenza di acqua. I batteri si muovono nell’acqua, e il metabolismo interno alle loro membrane avviene in un ambiente acquoso. Trovandosi in questa condizione – segnata da una fluidità interna ed esterna – una cellula non riuscirebbe mai a mantenere la propria identità senza una barriera fisica che impedisca il libero diffondersi dei fluidi stessi: l’esistenza delle membrane è quindi una condizione imprescindibile per la vita cellulare.  Le membrane sono sempre attive, si aprono e si chiudono continuamente, tenendo fuori certi tipi di sostanze e lasciandone entrare altri. Nelle reazioni metaboliche della cellula entrano in gioco diversi tipi di ioni, e la membrana – essendo semipermeabile – controlla le loro proporzioni e li mantiene in uno stato di equilibrio. Tutte queste attività aiutano a conservare l’identità individuale della cellula e a proteggerla dalle influenze nocive dell’ambiente circostante.

Un’altra caratteristica fondamentale della cellula è il suo metabolismo.

Il metabolismo, l’incessante chimica dell’autoconservazione, è una caratteristica essenziale della vita; attraverso i continui processi metabolici, attraverso questo flusso di elementi chimici e di energia, la vita può continuare a prodursi, ripararsi e perpetuarsi. Soltanto le cellule – e gli organismi composti da cellule – hanno un metabolismo.

Quando guardiamo più da vicino i processi del metabolismo, possiamo notare come essi formino una rete chimica. Come gli ecosistemi vengono letti in termini di catene alimentari (reti di organismi), così gli organismi sono visti come reti di cellule, organi e sistemi organici, e le cellule – a loro volta – come reti di molecole. Dovunque vediamo delle forme di vita possiamo scorgere delle reti. La rete metabolica di una cellula si struttura in una serie di dinamiche peculiari, che differiscono profondamente da quelle dell’ambiente inorganico che circonda la cellula stessa.

All’interno di questa rete, la funzione di ciascun componente è quella di trasformare o sostituire altri componenti – in modo tale che la rete, vista nel suo complesso, rigenera continuamente se stessa. La chiave della definizione sistemica di vita sta proprio qui: le reti viventi creano – o ricreano – continuamente se stesse, trasformando o sostituendo i propri componenti. In questo processo, esse vanno incontro a degli incessanti cambiamenti strutturali, ma – al tempo stesso – preservano i propri modelli reticolari di organizzazione.

La dinamica dell’autogenerazione è stata identificata come una caratteristica chiave della vita dai biologi Maturana e Varela, che le hanno dato il nome di “autopoiesi” (letteralmente autoproduzione). Il concetto di autopoiesi unisce in sé le due caratteristiche definitrici della vita cellulare: la presenza di una membrana come limite fisico e l’esistenza di una rete metabolica.

La definizione di un sistema vivente come una rete autopoietica implica che il fenomeno della vita va letto nei termini di una proprietà del sistema preso nella sua totalità. La vita non può essere ascritta a nessun singolo componente molecolare ma soltanto alla rete metabolica considerata nella sua totalità.

L’autopoiesi ci fornisce un criterio per distinguere tra sistemi viventi e non-viventi.

Per esempio, ci dice che i virus non sono organismi viventi, poiché non hanno un proprio metabolismo.

Analogamente, un robot che costruisce altri robot non può essere considerato un essere vivente.

È stata avanzata l’ipotesi secondo la quale i computer e gli altri automi potrebbero costituire le future forme di vita. Tuttavia, a meno che non divengano in grado di sintetizzare i propri componenti partendo da “molecole alimentari” assimilate dal loro ambiente, stando alla definizione di vita come organismo autopoietico non sarebbe possibile considerarli come organismi viventi.

Non appena scendiamo nei dettagli della descrizione della rete metabolica di una cellula, vediamo come, in realtà, essa sia qualcosa di molto complesso.

Secondo un’intuizione chiave di un nuovo modo di comprendere la vita, le forme e le funzioni biologiche non sono qualcosa di semplicemente determinato da un programma genetico, ma sono proprietà che emergono dall’intera rete epigenetica. Per comprendere questo rapporto, non dobbiamo considerare soltanto le strutture genetiche e la biochimica cellulare, ma anche le complesse dinamiche che entrano in gioco quando la rete epigenetica incontra le caratteristiche fisiche e chimiche dell’ambiente esterno e con esse si deve confrontare.

Stando alla dinamica non lineare – la nuova matematica della complessità – questo incontro darà luogo a un numero limitato di possibili funzioni e forme, descritte matematicamente dagli attrattori – modelli geometrici complessi che rappresentano le proprietà dinamiche del sistema.

Quando una cellula si riproduce, essa non passa all’altra soltanto i propri geni, ma anche le proprie membrane, gli enzimi, gli organuli; l’intera rete cellulare. La nuova cellula non viene prodotta a partire dal nudo DNA, bensì dall’intera rete autopoietica nella sua interconnessione.

La vita, quindi, si è sviluppata per oltre tre miliardi di anni in un processo ininterrotto, senza mai abbandonare quel modello di base costituito dalle proprie reti autogenerative.

La teoria dell’autopoiesi identifica nel modello delle reti autogenerative una caratteristica strutturale della vita, ma non ci fornisce una descrizione dettagliata della fisica e della chimica di queste reti.

Una tale descrizione è di cruciale importanza per comprendere l’emergere di forme e funzioni biologiche.

Il punto di partenza è dato dall’osservazione per la quale tutte le strutture cellulari esistono in condizioni molto distanti da quelle dell’equilibrio termodinamico; e, se il metabolismo cellulare non impiegasse un costante flusso di energia per riparare tali strutture non appena si danneggiano, esse decadrebbero ben presto allo stato di equilibrio – in altri termini, la cellula morirebbe. Ciò implica che dobbiamo descrivere la cellula come un sistema aperto. I sistemi viventi sono chiusi a livello di struttura organizzativa – sono reti autopoietiche – ma aperti dal punto di vista materiale ed energetico: per restare in vita, hanno bisogno di un continuo flusso di materia ed energia dall’ambiente esterno.

Gli studi approfonditi condotti sul flusso di materia ed energia nei sistemi complessi hanno portato Prigogine e collaboratori a sviluppare la teoria delle strutture dissipative. Una struttura dissipativa è un sistema aperto che si mantiene in uno stato che, pur essendo lontano da un punto di equilibrio, gode tuttavia di una propria stabilità: la struttura rimane complessivamente la stessa, nonostante un costante flusso di materia e un continuo cambiamento dei propri componenti.

In particolare, la dinamica di queste strutture dissipative include lo spontaneo emergere di nuove forme di ordine. Quando il flusso di energia aumenta, è possibile che il sistema incontri un punto di instabilità – noto come punto di biforcazione – in corrispondenza del quale il sistema stesso può entrare in uno stato completamente nuovo, dove possono emergere nuove strutture e nuove forme di ordine. Questo spontaneo emergere di un nuovo ordine in prossimità di un punto critico di instabilità è uno dei concetti più importanti nell’ambito della nuova visione della vita.

La generazione di nuove forme è una caratteristica chiave di tutti i sistemi viventi.

Fermiamoci un attimo a riconsiderare le caratteristiche strutturali dei sistemi viventi che abbiamo identificato parlando della vita cellulare. Abbiamo appreso che una cellula è una rete metabolica limitata da una membrana, autogenerativa e caratterizzata da un sistema organizzativo chiuso; abbiamo poi imparato come essa sia invece aperta a livello energetico e materiale, come si serva di un costante flusso di materia e di energia al fine di produrre, riparare e perpetuare se stessa; e abbiamo infine visto come essa operi lontano da un punto di equilibrio, in una condizione nella quale possono spontaneamente emergere nuove strutture e nuove forme di ordine – caratteristica, quest’ultima, che apre la strada allo sviluppo e all’evoluzione. Queste caratteristiche vengono descritte da due differenti teorie, che rappresentano due diversi modi di considerare la vita: la teoria dell’autopoiesi e la teoria delle strutture dissipative.

Bisogna tuttavia notare che esiste un salto di complessità abissale tra la materia inorganica e la cellula più semplice, come esiste un salto qualitativo tra la cellula e un cane e tra un cane e l’uomo.

L’essere umano è la forma di vita che ci è più familiare ma anche, con il suo cervello, l’organismo più complesso che conosciamo.

Le risorse della mente umana sembrano infinite e, come diceva Leonardo da Vinci, l’uomo è la misura di tutte le cose.

Quando pensiamo alla vita non possiamo fare a meno di riferirci alla nostra stessa esistenza.

In particolare ci sovviene in primo piano la nostra stessa vita psichica, il nostro pensare, percepire, sentire e comunicare.

Il pensiero è un processo profondamente radicato nel corpo, che emerge dall’interscambio di informazioni elaborate sincronicamente dalla complessa attività dei neuroni del nostro cervello.

Durante gli ultimi due decenni del Ventesimo secolo, gli scienziati della cognizione hanno fatto tre scoperte di primaria importanza che si possono riassumere in questi termini: “La mente è profondamente incarnata nel corpo. Il pensiero è in maggior parte inconscio. I concetti astratti sono in larga misura metaforici”.

Quando gli scienziati della cognizione affermano che la mente è incarnata, essi si spingono ben oltre il semplice rilievo che, per poter pensare, abbiamo bisogno di un cervello. Recenti studi nel campo della linguistica cognitiva indicano con forza che la ragione umana non trascende il corpo – come ha sostenuto gran parte della tradizione filosofica occidentale – bensì è strutturalmente regolata dalla nostra natura fisica e dalla nostra esperienza corporea. Ed è proprio in questo senso che possiamo dire che la mente umana è essenzialmente incarnata. La struttura stessa della ragione sorge dal nostro corpo e dal nostro cervello.

Le prove del fatto che la mente sia incarnata, e le profonde implicazioni filosofiche che scaturiscono da questa intuizione, vengono presentate in modo lucido e chiaro da due studiosi di primo piano nel campo della linguistica cognitiva, Lakoff e Johnson. Le prove si basano, innanzitutto, sulla scoperta che la maggior parte del nostro pensiero appartiene alla dimensione dell’inconscio, operando a un livello che resta inaccessibile alla nostra coscienza ordinaria. Questo “inconscio cognitivo” non include soltanto tutte le operazioni cognitive che esercitiamo in modo automatico, ma anche le nostre conoscenze e le nostre credenze che rimangono inespresse. Senza che ne siamo consapevoli, l’inconscio cognitivo struttura e modella ogni nostro pensiero cosciente.

Concentrando l’attenzione sulle strutture materiali e sulle forze che agiscono tra di esse, e considerando gli schemi di organizzazione che risultano da queste forze come fenomeni emergenti secondari, è stato possibile raggiungere buoni risultati nel campo della fisica e della chimica; tuttavia, questo tipo di approccio non è più adeguato quando passiamo allo studio dei sistemi viventi. La caratteristica fondamentale che distingue i sistemi viventi da quelli non viventi non è infatti una proprietà della materia. Si tratta invece di uno specifico schema di relazioni tra processi. E, pur coinvolgendo relazioni tra processi che producono componenti materiali, questo schema reticolare non è, in se stesso, qualcosa di materiale.

I cambiamenti strutturali che avvengono all’interno di questo schema reticolare vengono intesi come processi cognitivi che, alla fine, daranno origine all’esperienza cosciente e al pensiero concettuale. Tutti questi fenomeni cognitivi non sono materiali, ma sono tuttavia incarnati, ossia nascono a partire da un corpo e da esso vengono modellati. Pertanto, la vita non è mai separata dalla materia, anche se le sue caratteristiche essenziali – l’organizzazione, la complessità, i processi e così via – sono immateriali.

Il miracolo della vita si perpetua ogni volta che una donna partorisce una creatura.

Da un’unica minuscola cellula fecondata si sviluppa il feto che genererà un bambino vivente.

Quest’unica cellula nell’utero della donna si replica e si differenzia in tutti i tessuti necessari, cellule che diventano fegato, cuore, cervello, polmoni e che alla fine si completeranno in un individuo capace di pensare, amare, emozionarsi e continuare la specie.

In soli nove mesi il feto ripercorre le principali tappe dell’evoluzione ontogenetica che la vita ha realizzato sulla Terra, e concretizza quel percorso filogenetico che caratterizzerà in maniera unica ed irripetibile ciò che sarà l’individuo che nasce.

Il tutto mirabilmente orchestrato e coordinato, ma esiste un direttore d’orchestra?

Lo sviluppo di una nuova nascita, sebbene sia un evento familiare e assolutamente naturale, a ben guardare è un processo veramente stupefacente.

Lo sviluppo della vita possiede una lunga catena evolutiva.

Prima di noi ci sono stati i nostri genitori, i nonni, i bisnonni… Una lunga catena che porta indietro nel tempo. È difficile risalirla oltre qualche generazione. Nei casi più fortunati, come in certi casati, si può risalire indietro per qualche secolo.

E prima?

Qualche migliaio di anni fa le nostre pianure erano in gran parte incolte, solo alcune aree erano coltivate. A progenitori che praticavano l’agricoltura o l’allevamento possono essere collegate le nostre popolazioni. Essi provenivano forse dal Vicino Oriente e portarono con sé la loro cultura, le loro abitudini di vita.

E prima?

Intorno a 20-30.000 anni fa ai piedi delle colline delle Prealpi o in qualche grotta delle Alpi o dell’Appennino vivevano gruppi di uomini che praticavano la caccia a camosci, renne e altri animali di ambiente freddo. Il clima era piuttosto rigido, i ghiacciai si estendevano nelle vallate alpine giungendo agli orli della pianura padana. Erano uomini in tutto simili a noi. Fabbricavano selci molto affinate. Collezionavano conchiglie. Praticavano la sepoltura dei defunti. Anch’essi provenivano dal Vicino Oriente e avevano portato con sé le loro abitudini culturali nella lavorazione della selce e nella vita sociale.

E prima?

Nel continente europeo 50-60.000 anni fa vivevano uomini un po’ diversi da noi nelle sembianze del volto. Non erano molto alti. Avevano una fronte alquanto sfuggente e arcate sopraorbitarie che nascondevano occhi profondi. La faccia era prominente nella parte centrale. Discendevano da antichi gruppi che erano venuti in Europa dall’Africa qualche centinaio di migliaia di anni prima. Vivevano di caccia, organizzavano accampamenti ove abitavano in gruppi familiari. Seppellivano i morti. Facevano anche collezioni di oggetti ornamentali.

E prima?

Mezzo milione di anni fa in Europa, in Africa e in Asia vivevano uomini che dedicavano gran parte del loro tempo alla caccia dei grandi mammiferi: bisonti, elefanti, rinoceronti. Conoscevano e producevano il fuoco per cuocere il cibo e tenere lontano animali feroci. Scheggiavano la selce con abilità. Vengono riferiti a Homo erectus, ma non perché avevano l’andatura eretta. Essa era già posseduta da altre forme umane precedenti. La denominazione si riallaccia al Pitecantropo eretto trovato a Giava sul finire del secolo XIX.

E prima?

Se ci portiamo molto indietro nel tempo, a due milioni di anni fa, gli uomini sulla terra erano localizzati nella savana africana a est della valle del Rift. Erano alquanto diversi da noi nella taglia corporea, nel cranio e nella fisionomia della faccia. Ma avevano comportamenti (scheggiatura della selce, organizzazione del territorio) che rivelano capacità di cultura e suggeriscono di attribuirli al livello umano. Potevano essere qualche centinaio di migliaia. Vivevano di caccia e raccolta dei prodotti della natura. Sono le forme attribuite a Homo habilis, presenti in varie regioni dell’Africa orientale.

E prima?

Tre milioni di anni fa l’uomo non c’era sulla terra. C’erano però in varie regioni dell’Africa dei Primati che si avvicinavano alla forma umana e ora non esistono più. Erano scimmie che camminavano già su due piedi in ambiente aperto, come la savana, ma si arrampicavano anche facilmente sugli alberi. Vengono chiamati Australopiteci. Nel loro ambito potrebbe essersi formata la linea evolutiva che ha portato all’uomo.

E prima?

Sei-sette milioni di anni fa, sempre in Africa vivevano delle scimmie che alcuni studiosi considerano antenati delle attuali scimmie antropomorfe africane (gorilla, scimpanzè) e degli Australopiteci. Questi esseri erano però molto legati all’ambiente forestale, e occupavano spazi aperti che si erano formati a est della catena del Rift.

E prima?

Una quindicina di milioni di anni fa vivevano nella foresta africana scimmie che si spostavano sui rami degli alberi, ma avevano anche qualche tendenza al raddrizzamento del corpo. Sono identificate nel Kenyapiteco e in qualche altro rappresentante Ominoideo.

E prima?

Sessanta milioni di anni fa l’ambiente forestale caratterizzava l’antico continente. L’America settentrionale era congiunta all’Europa e formava un unico continente. Vivevano in quell’ambiente alcuni animali simili agli insettivori, le Proscimmie, considerate le più antiche forme di Primati, di quel raggruppamento zoologico in cui viene fatto rientrare anche l’uomo.

E prima?

Centocinquanta milioni di anni fa i grandi dominatori sulla scena terrestre erano i dinosauri, rettili di tutte le dimensioni. Molti si nutrivano di vegetali. La vegetazione lussureggiante che prosperava nei vari continenti era la loro risorsa. Altri erano carnivori. Sono stati presenti sulla terra fino a circa 60 milioni di anni fa quando compaiono le Proscimmie.

E prima?

400 milioni di anni fa vaste estensioni di oceani si estendevano su quasi tutta la superficie della terra. Pesci di vario genere ne popolavano le acque: pesci ricoperti di una corazza ossea e pesci con lo scheletro cartilagineo od osseo.

E prima?

Un miliardo di anni fa i mari erano popolati di alghe.

E prima?

Tre miliardi di anni fa non c’era vita sul pianeta terra. A un certo momento compaiono forme elementari come i batteri.

E prima?

Cinque miliardi di anni fa si è formata la terra con i suoi elementi, una porzione stellare staccatasi dal sole che via via si è raffreddata. Veniamo da una nebulosa stellare? Siamo un frammento di Stella?

E prima?

13,7 miliardi di anni fa c’è stata una esplosione iniziale: il big-bang, che ha portato alla formazione e all’espansione dell’universo da un nucleo piccolissimo di particelle ultraelementari ad altissima temperatura da cui si sono formati protoni (nuclei di idrogeno) e neutroni. L’espansione ha portato a un numero sterminato di galassie, costituite da miliardi di stelle. Tra queste anche la galassia a cui appartiene il sole attorno al quale ruota il pianeta terra.

Dunque veniamo dal big-bang.

E prima?

A questo punto la scienza si ferma.

Prima non c’erano cose o corpi che possiamo raggiungere con gli strumenti a disposizione per la nostra osservazione empirica (come i telescopi) o con i calcoli matematici sulla distanza delle stelle.

L’evoluzione della vita è l’avventura dello sviluppo di potenzialità che sono nella materia esse si delineano nel tempo in modo da creare le condizioni della vita e il sorgere della vita stessa. Nello stesso tempo questa spinta in avanti contiene in se stessa elementi di crisi, di dissolvimento. Se l’universo è un sistema chiuso è inevitabile l’esaurimento dell’energia, la fine di tutto.

Al livello più profondo la struttura della materia è fatta di particelle elementari, comuni a tutte le cose dell’universo: protoni, neutroni, elettroni.

Nell’evoluzione cosmica dalla combustione dell’idrogeno nelle stelle si sono formati gli altri elementi. Ci sono voluti miliardi di anni per la formazione degli elementi più pesanti, come il carbonio, l’ossigeno, l’azoto, il ferro che condizionano la vita.

Le varie tappe della storia della vita sulla terra ci ricordano che atomi di carbonio, di ossigeno, di idrogeno, di azoto, variamente combinati, formano zuccheri, grassi, proteine del nostro organismo per le funzioni vitali degli organismi eterotrofi, per processi ossidativi, nervosi, riproduttivi, comuni a molti organismi del mondo animale.

Siamo fatti della stessa stoffa dell’universo. Nel nostro DNA è scritta la storia dei viventi. Negli atomi, nelle molecole inorganiche e organiche è riflessa la storia del pianeta terra. In una interazione di forze (gravitazionale, elettromagnetica, forze nucleari deboli, forze nucleari forti) è costituita la materia. Siamo polvere di stelle.

Ma può l’uomo essere racchiuso in un insieme di cellule e molecole variamente organizzate?

La storia della vita parte da forme più semplici e progredisce in un impulso crescente verso forme via via più complesse. Questo fenomeno appare nel tempo, ma il suo svolgersi deve essere stato quasi impercettibile. L’evoluzione a volte sembra arrestarsi, altre volte progredisce verso livelli più elevati di organizzazione. Nell’insieme ha avuto successo, se ha portato alla varietà dei viventi che osserviamo nella natura. È l’avventura della vita.

Secondo Darwin una specie non è immutabile nel tempo. Si formano casualmente piccole variazioni che possono mantenersi e trasmettersi se l’ambiente è favorevole. C’è una selezione operata dalla natura sulle piccole variazioni che casualmente appaiono in una specie. In questo modo possono formarsi nel tempo strutture via via più complesse. Il tempo è stato il grande alleato della evoluzione dell’universo e della vita sulla terra.

Tuttavia secondo alcuni scienziati il meccanismo proposto da Darwin non sarebbe sufficiente per spiegare l’evoluzione che ha portato a forme viventi più complesse e alle grandi direzioni evolutive in tempi relativamente brevi. Intorno a 500 milioni di anni fa c’è stata come una esplosione della vita con la formazione dei primi vertebrati. È sufficiente il meccanismo proposto da Darwin?

Alcuni scienziati parlano non di evoluzione graduale, ma di evoluzione per salti. Vi sarebbero stati periodi di rapido mutamento alternati a periodi di stasi evolutiva.

Vi sono anche studiosi che chiamano in causa l’intervento di Dio creatore per coprire salti evolutivi nella formazione di direzioni evolutive o di strutture complesse.

Ma senza pensare a interventi particolari del Creatore nel corso dell’evoluzione, volti ad orientarla in una direzione o nell’altra, non potrebbero esserci nella natura principi di ordine, che ancora non conosciamo, che hanno in qualche modo orientato l’evoluzione?

Di fatto l’albero della vita ha steso i suoi molti rami ed è giunto fino a noi secondo un destino che sembrerebbe segnato o comunque suggerire un disegno. C’è un progetto?

Di per sé l’idea di evoluzione non implica un disegno.

Tutto avverrebbe casualmente senza alcun progetto.

Ma qual è la probabilità che una scimmia che digiti a caso su una tastiere possa scrivere la divina commedia?

Forse esiste un ordine superiore di realtà, con proprie leggi che ancora non conosciamo.



by Oscar Bettelli last modified 20-04-2007 11:22
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