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Il coaching emozionale: un esempio

Emma Rosenberg Colorni

IL COACHING EMOZIONALE: UN ESEMPIO

imgautoPer farsi un'idea di un incontro di coaching emozionale, ecco una relazione inviata in seguito ad un incontro con lo scopo di condividere gli appunti e le riflessioni.
(Dal testo è stato eliminato ogni riferimento a persone o contesti da cui si potesse dedurre il destinatario della relazione, il chè rende più generalizzabile ma meno incisivo quanto scritto ).

Eccoti  miei appunti, che hanno subito tutte le distorsioni possibili: non ho capito, ho dimenticato, non so scrivere più chiaramente…

E’ come dire che non ti riguardano, ma ci servono.

Per piacere sottolinea, modifica, aggiungi riflessioni di adesso, domanda… ché poi lo rivediamo insieme.

La tua situazione

Ti descrivi come molto autocritico, nel senso di severo con te stesso.  Di te dici anche che sei ‘ fedele’, me lo dimostravi raccontandomi che cambi lavoro solo ogni 5 anni su per giù (e, infondo, quando ti senti ‘troppo comodo’).

Vivi male l’erosione del tuo ruolo, ma razionalizzi rendendoti conto che la tua situazione è condivisa da tanti e valuti bene la tua capacità professionale. Non fai dell’erosione del ruolo un commento negativo su di te (l’erosione è in corso da 10 anni seppure più evidente negli ultimi, ti confronti con chi, mediocre umanamente e professionalmente, ‘gioca’ il proprio ruolo godendo nel dichiararsi impotente).

Questa razionalizzazione è solo parzialmente risolutiva del tuo malessere perché, nonostante tu sia in grado di salvare la tua immagine professionale, continui ad identificarti in essa.

Non ti spiace che le decisioni siano prese dall’alto, ma ti sembra assurdo non essere coinvolto almeno in un dialogo consultivo, nei limiti del tuo ruolo. Questo soprattutto è il materiale dei tuoi pensieri su cui innesti la tua delusione e la sgradevole sensazione di essere ignorato.

Razionalizzi poi dicendo che oltre a tutto le decisioni prese falliscono spesso i loro scopi e che se solo foste stati consultati si sarebe potuto fare di meglio. Ma questa razionalizzazione alimenta la rabbia con cui tenti di gestirti la delusione.

Ti rendi conto che sotto certi aspetti sei in una posizione invidiabile (far poco, poche responsabilità, ed essere pagato lo stesso), ciò non di meno la tua situazione è sgradevole perché non hai la possibilità di contribuire come ti piacerebbe. Il lavoro è ora un ambito troppo ristretto per realizzare con soddisfazione il tuo essere.

Rimani, per ora, in azienda sostanzialmente perché c’è un ambiente sereno (tua creatura) ed i rapporti interni al team e con gli altri team sono di soddisfazione. Questo mi ha fatto intuire che tu potresti davvero essere capace di trovare identità nel tuo relazionarti (ovunque, sempre con chiunque; anche con te stesso).

Sai che è probabile che presto o tardi lascerai l’azienda, ma nel frattempo vuoi comportarti fino all’ultimo senza che qualcuno possa dire “va bè, se ne sta andando”. Questo ha rafforzato la mia ipotesi che restringi la tua identità al tuo ruolo, come se svolgendo bene la tua funzione tu svolgessi tutto quanto ti riguarda per sentirti in pace con te stesso.

Mi sembra che la tua delusione sia più simile ad una ferita, quasi fossi stato tradito, piuttosto che ad una forma di frustrazione. Hai forse investito la tua identità nel lavoro? Parrebbe di sì, si rafforza l’ipotesi che tu ti identifichi con i tuoi risultati, comportametni e abilità.

Ti piace da matti come ti rapporti con il tuo team, seppure lamenti la tua eccessiva disponibilità nel risolvere le sicurezze altrui, in fin dei conti a discapito del team stesso.

Ti riconosci, anche in forza delle tue durature esperienze di lavoro, in grado di cogliere i segnali deboli, quelli che ti permettono di usare malizia (es: mi dicevi che l’iter di selezione di una persona, con chi parla e con chi no, ti permette di capire molto).

Riconosci nella serenità che hai vissuto una risorsa che ti accompagna sia nella vita privata (es: i tuoi affetti e le innamorate) sia nel lavoro, nel tuo modo di essere capo (che per essere buon capo deve essere preparato, leale/equo ed essere apprezzato -> osservandoti fai un bilancio positivo) ma………………………… dici che hai difficoltà a dare feed-bak negativi.

Su questo decidiamo di lavorare subito. Usiamo questo aspetto come fulcro, punto di partenza, per arrivare poi al tuo rapporto con il lavoro e chiudere il cerchio.

L’occasione mi sembra buona perché ti rendi conto che il dare feed-back è un percorso di crescita come capo, e dunque coinvolge il tuo intero rapporto con il lavoro (che poi per te ha a che vedere con la tua identità).

Ci sono allora dunque due temi, di cui il primo è interno all’altro:

  1. la tua eccessiva disponibilità e la difficoltà a dare feed-back
  2. il complesso di comportamenti (pensieri, azioni, strategie) con cui costruisci la tua delusione

Alcune osservazioni per affrontare i tuoi due temi:

C’è un’ottima eccezione che ci lascia intravvedere una delle tue risorse inutilizzate e i tuoi meccanismi per farti male: quando il tuo collaboratore ti ha esplicitamente chiesto di parlargli chiaramente e di dire tutto ciò che non andava perché le tue osservazioni gli erano utili, tu hai saputo dargli un feed-back che ti piaceva.

Or bene, vedi il meccanismo con cui censuri il tuo f-b? Temi di ferire l’altro (lo ‘proteggi’ invece che comunicare). Perché tu, più di quanto tu non voglia, ti identifichi nei tuoi risultati/comportamenti/abilità e dunque supponi che anche il tuo collaboratore lo faccia e, di conseguenza, non critichi i risultati perché significherebbe criticare lui.

Infatti quando il tuo collaboratore ti ha specificato che lui non si identificava nei suoi risultati, tu sei riuscito a farne una critica che ti ha soddisfatto (la soddisfazione sta nell’aver impostato una relazione in cui potevi riconoscerti).

Quando ci sentiamo delusi, di solito ci raccontiamo l’accaduto nei termini di “lui ha fatto X”à io mi deludo. Dove “à” è una condizione che ti vede privo di responsabilità e vittima, reattivo invece che libero.

Ma si può:

  • subito recuperare responsabilità ricordandosi la cibernetica delle relazioni, in pratica chiedendosi quale responsabilità (NON colpa!) si abbia in ciò che è successo. Per esempio: non ho ben chiarito le aspettative/strumenti/metodi/(ecc. di una delega ben fatta).
  • Ricordare che nella cibernetica delle relazioni ciascuno ha il 100% di responsabilità (seppure non di possibilità di influire), per cui divertirsi a cercare la propria.

Inutile dividere i f-b in positivi e negativi: tutti i f-b servono a ridefinire gli obiettivi e i presupposti della relazione. (Se la prossima volta vuoi che parliamo di come si costruisce la fiducia ricordamelo tu).

Soprattutto si può ricordare che quando si sa riconoscere la propria responabilità, il f-b. all’altro corrisponde ad un f-b a sé su come si fa il capo.

Il f-b stupido è cieco sulle prioprie responsabilità, ti permette di gonfiare l’ego sentendoti nel giusto (e contemporaneamente temendo di ferire l’ego altrui, cosa, fra l’altro, che lo invita a manifestarsi), e definisce la comunicazione come competizione.

Il f-b utile riconosce o almeno ricerca le prioprie responsabilità, serve a ridefinire il contesto di collaborazione e i risultati auspicati, e permette la crescita della relazione di collaborazione.

(N.B. ciò significa che saper dare f-b è un ottimo passo per trovare la propria identità!!!! CVD cerchio chiuso)

 Cosa puoi fare :

  1. Imparare ad utilizzare la delusione (e l’incazzo che la nasconde) invece che sfuggirla con le razionalizzazioni:

Per sostenere l’emozione (il contrario di sfuggirla):

  • quando mi sono deluso, recupero responsabilità accorgendomi dei meccanismi con cui mi sono illuso, e ridefinendo la relazione (questo è il discorso sulla fiducia che dobbiamo ancora fare).
  • Quando mi arrabbio riconosco che mi serve per nascondere una paura o una tristezza (anche di questo se vuoi ne parliamo)

Per utilizzarla

Uso l’emozione per guidare le domande (vere, non retoriche) che faccio per rilevare i presupposti altrui per poterli poi negoziare con i miei. Ti ricordi il disegnino con i due cerchi?

 

  1. Imparare a fare domande. Qua hai l’esercizio delle due colonne: nella prima scrivi il dialogo avvenuto, nella seconda quello tuo interno e non espresso a cui reagivi, infine scegli le domande che avresti potuto fare per proporre i tuoi presupposti ed aprirti a quelli altrui.

 

  1. hai anche il compito di riflettere su chi sei, giusto chiedendoti talvolta (con leggerezza, mi raccomando) “chi sono?” in modo da cercare una ampiezza identitaria, o anche solo di soddisfazione, oltre il lavoro. Tanto meglio se ti chiedi quale sia la quotidianità che desideri per te.

 

  1. Poi se ti va, secondo me è molto bello, tieniti come vero per una settimana che l’identità si trova nel tempo della relazione con gli altri.

Parleremo, se ci sembrerà sensato, dell’incazzo/sbalordimento di cui mi hai accennato (“ma non lo vedi???”) di fronte ad un’evidenza non condivisa (es: non si rendono conto che se l’azienda chiude loro sono fuori dal mondo del lavoro?).

Bacio

Emma


by emma rosenberg colorni last modified 07-02-2006 12:31
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