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Consulenti alla sbarra
Francesco Zanotti
Se non fosse tragico, sarebbe ridicolo! La grande idea per diminuire i costi della “macchina” (mica chiamata così per caso) statale è quella di eliminare le consulenze. Dalli al consulente, moderno (e povero anche lui), untorello, che impesta ed appesantisce questo nostro stato che altrimenti veleggerebbe verso “sorti magnifiche e progressive”! Io credo che occorra ribellarsi con estrema energia a questa sciocchissima proposta. Lo faccio io con questa lettera aperta alla quale cercherò di dare la massima diffusione possibile: datemi tutti una mano ad ulteriori diffusioni. Comincio indicando quali consulenti intendo non solo intendo difendere, ma anche promuovere. Intendo schierarmi dalla parte dei consulenti di direzione. Cioè coloro che forniscono metodologie e servizi per progettare e realizzare cambiamenti nella organizzazione dello Stato in modo che questa risulti più efficiente ed efficace. Proporrò un semplicissimo ragionamento e sfido chiunque a contestarlo. Le metodologie e i servizi che propongono i consulenti di direzione sono frutto di investimenti in ricerca teorica ed esperienza sul campo. Alcune società di consulenza italiane hanno raggiunto risultati di assoluta eccellenza internazionale, molto più avanzati della consulenza di origine anglosassone. Nessun manager che sia impegnato nella gestione di una organizzazione specifica ha la possibilità di sviluppare in proprio metodologie e strumenti paragonabili. Allora l’ostracismo ai consulenti significa ostracismo alle possibilità di migliorare efficacia ed efficienza alla pubblica amministrazione. Infatti, significa costringere i managers della pubblica amministrazione italiana a fondarsi solo sulla loro esperienza che è, per forza di cose limitata. E, impedire loro l’utilizzo delle metodologie più avanzate di progettazione e cambiamento delle organizzazioni. Sento crescere nell’aria una grande obiezione: ma i consulenti spesso non sono all’altezza della situazione e le consulenze sono solo una facciata per distribuire prebende. Ma per risolvere questo problema non si butta la consulenza: si buttano i consulenti inetti. Vorrei citare un caso in cui è facile dimostrare che i consulenti non sono all’altezza della situazione. Consideriamo i vari progetti di privatizzazioni, fusioni etc che hanno coinvolto imprese di proprietà pubblica. Chi si è usato come “advisors”, cioè come consulenti? Le grandi banche d’affari internazionali. Bene esse sono il caso tipico di inadeguatezza. Infatti non hanno alcuna competenza e nessuno strumento per comprendere i processi di sviluppo strategico delle imprese da privatizzare, ristrutturare, eventualmente fondere. Allora la conclusione è inevitabile: invece di esorcizzare i consulenti occorre valorizzarli. Ed occorre valorizzare i consulenti italiani. Perché la classe politica sceglie la via populista di eliminare coloro che potrebbero invece aiutare a migliorare efficacia ed efficienza della pubblica amministrazione e valorizzare le persone che ne fanno parte? Io credo che una delle ragioni fondamentali sia che tutti noi consulenti che abbiamo investito e sperimentato nello studio dei processi di sviluppo dei sistemi umani siamo una continua accusa rispetto ad una classe politica che non ha nessuna voglia di confrontarsi con tutte le conoscenze che la aiuterebbero, ad esempio, a comprendere come si formano gli attori sociali e come evolvono. Così come si formano ed evolvono i partiti politici e via dicendo.
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Concordo con Francesco Zanotti e porto la mia esperienza; lunghe discussioni con un dirigente di un ministero avevano portato ad una conclusione: la pubblica amministrazione avrebbe un bisogno spasmodico di nuovi modelli e prassi di gestione, specialmente nell'area della relazione con il "mercato", nella presa di coscienza del ruolo del "cliente". Il cambiamento nella PA potrà avvenire solo in seguito a una "rivoluzione culturale" che veda la relazione fra erogatore del servizio e cliente (che paga!) come elemento centrale del servizio stesso. Il dirigente pubblico concordava e si era fatto promotore di un progetto da implementare nel ministero. Il progetto è abortito per "resistenza passiva" della dirigenza (cioè per paura del cambiamento, del mercato) e per un timore, nemmeno tanto celato, di inserire dei meccanismi di valutazione. Il consulente nella PA è accettato se non modifica lo status quo. Peccato che ciò di cui ci sarebbe bisogno è proprio un cambio radicale di culture, valori, metodi, processi... Quindi, tutto sommato, se la struttura non è in grado di accettare e acquisire nuovi modelli di gestione e relazione, è inutile investire soldi.... Matteo Testori (Dialogica SrL)