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complessità
Il prologo. L’origine della storia: l’incontro con Aleph V° il fantalico.
Francesco Zanotti
PrologoL’origine della storia:l’incontro con Aleph V° il fantalico.( Sono graditi commenti al testo - Per interagire con l'autore utilizzate il bottone apposito alla fine dell'articolo ) Non so esattamente in che momento del futuro viva. Certamente un futuro non lontanissimo, ma neanche così prossimo. Dopo una lunga frequentazione, da mille indizi, mi sono convinto che abiti il 2332. Di chi sto parlando? Di un fantalico che si chiama Aleph V°: l’ispiratore e il vero autore di queste pagine. Io ne sono solo editore ed un co-autore. Almeno così credo, anche se le ultime parole che mi ha detto Aleph prima di congedarsi dopo che questo dialogo è finito mi fanno immaginare … Ma forse è meglio andare con ordine e raccontare la storia dall’inizio.
I.1 Uno strano viaggio nel futuro L’inizio della storia risale a circa quattro anni fa. Più o meno in questa stagione. Avevo appena iniziato una nuova vita: una avventura imprenditoriale in una nuova terra. A 52 anni avevo accettato di ricominciare (non certo per la prima volta). Vedevo intorno a me sorpresa, come fossi un eroe un po’ incosciente con una psicologia più adatta ad un adolescente che ad un maturo signore. Ma a me questo ricominciare non pesava affatto. Anzi mi entusiasmava … ecco devo riconoscerlo: come un bambino con un nuovo giocattolo. “Incosciente” direbbe mia madre! Più o meno in questa stagione, ma con un clima mite come si conviene ad un’isola che, allungandosi nel mediterraneo parallela allo stivale, arriva ad un respiro dall’Africa, me ne stavo seduto sulla porta della mia villetta, a respirare il profumo della sera e del prato appena tagliato dai vicini, quando cominciò a crescere in me un tumultuoso affastellarsi di immagini confuse e incomprensibili, ma dure, e di suoni martellanti che generavano una crescente angoscia. Con lo sguardo cercavo invano quiete in un cielo limpido e silente, dove le stelle erano davvero solo piccole stille di luce, e nella vita oramai quasi addormentata del piccolo villaggio dove era situata la mia villetta. Ma il respirare pace non calmava la mia angoscia! Mi sembrava davvero una situazione assurda: una tremenda angoscia dentro di me che cresceva tanto quanto tutto intorno a me, dal cielo, all’erba, all’abbaiare dei cani, al mondo, tutto si andava spegnendo nel silenzio di una notte di quella terra ad un respiro dall’Africa. Ad un tratto le immagini ed i suoni si articolarono in una storia. E, con mia grande angoscia, capii che si trattava della storia del futuro. L’angoscia che era esplosa in me aveva ora un significato: era una mia reazione al correre per il futuro. Ma questa consapevolezza nulla poteva contro l’angoscia. Che, se non si nutriva più dell’incertezza del mistero, era, però, alimentata dai colori e dal sapore del dramma del futuro.
In mezzo alla pace del mio presente vidi svolgersi la tragedia del futuro di tutti. In una carrellata velocissima vidi il futuro che mi si dipanava davanti. Non intravedevo i singoli personaggi e i singoli eventi. Ma solo alcuni lampi che, poi, venivano tacitati dai lampi e dai suoni successivi …. Non so quanto sia durata questa cavalcata nelle cose che dovranno accadere. So che è stata una cavalcata attraverso una spessa e cruda angoscia, senza un respiro di speranza.
I.2 Una radura, un sentiero ed un castello Ad un certo punto il mio correre per il tempo si fermò. E, sorprendentemente, mi trovai ad ammirare una dolce radura con lo stesso profumo dell’isola in cui ero andato a vivere. Ma non stavo ammirando una immagine: appoggiavo i piedi sull’erba di quella radura. Davanti a me cominciava un sentiero sterrato, vigilato da pochi alberi ai lati, che portava verso un promontorio. Feci la cosa che mi sembro più naturale: seguii il sentiero e arrivai, accompagnato dal diradarsi dell’erba e dall’apparire della roccia, alla cima di questo promontorio. Solo quando guardai giù vidi che era altissimo: cadeva su di un mare molto lontano, scuro e violento. Rischiarato solo da spume di onde. Dal promontorio si slanciava un piccolo, ma solidissimo ponte che portava ad una faraglione altissimo. Un’isola di roccia che emergeva dal mare vicinissima al promontorio, separata da un brevissimo, ma profondissimo tratto di mare scuro e violento. Sull’isola di roccia si ergeva il più strano edificio che avessi mai visto. il colore e l’apparenza erano di un castello medioevale. Ma era più slanciato verso l’alto con strutture che certamente non erano frutto né dell’architettura né della tecnologia medioevale. Quasi un manufatto che cerchi di sintetizzare la storia Attraversai il ponte ed arrivai davanti alla porta di questo edificio che non riuscivo a chiamare in altro modo se non “castello”. Mi avvicinai alla porta ed essa si aprì come se fossi atteso. Non dovetti attraversarla perché si alzo un vento forte e locale. Insomma quasi una mano fatta di vento che mi sollevò da terra, mi fece attraversare la soglia e, poi, sempre più velocemente, mi porto per scale, saloni e corridoi verso l’alto fino a che non arrivai in cima alla torre più alta. La mano fatta di vento mi posò su di un pianerottolo in cima all’ultima scala, davanti ad una porta. Questa non si aprì da sola. Rimase immobile e silente quasi in attesa di una mia iniziativa. Quasi che volesse essere aperta. Non aveva pomelli o maniglie ed allora provai ad esplorarla con lo sguardo e con il tatto. Non era fatta di materiale duro, ma dolce, caldo, quasi un materiale vivente. Dovetti solo toccare la porta perché questa immediatamente si aprì e con mio grande stupore, mi sembrò che, invece di doverla attraversare per entrare nella stanza che nascondeva, la stanza venisse verso di me. Come ad accogliermi, a immergermi in sè. La stanza era proprio come si immagine debba essere un ufficio del futuro: una versione più scintillante e tecnologica di un ufficio elegante di oggi. Un ufficio che mi sembrava troppo prevedibile, quasi scontato in un mondo che fino ad allora mi era sembrato così diverso dal mio. Forse era stato fatto ad arte per non costringermi a entrare in contatto troppo crudemente con un mondo troppo diverso dal mio. Seduto su di un divano che sembrava di pelle nera vidi Aleph V°.
I.3 L’incontro con Aleph V° Aleph V°: un signore più o meno della mia età, quella età in cui si che ha appena perso l’illusione dell’immortalità, ma si ha acquisito la serenità di aver compreso il destino. Mi sorrise, mi diede la mano e capii subito che non era un tipo saluto a cui era abituato, ma che mi aveva rivolto quasi come aiuto per farmi sentire un po’ a casa in un mondo che certamente mi sembrava straniero. Mi invitò a sedere su di una poltrona vicino al divano, davanti ad una vetrata immensa che guardava dalla parte dell’isola opposta rispetto a quella che mi aveva visto arrivare. E mi permetteva di guardare al di là del mare: monti altissimi che facevano perdere lo sguardo nel cielo. Io ero ancora spettatore dei miei sentimenti e delle mie emozioni: non riuscivo a dire nulla, ma Aleph non mi lasciò soffrire del mio silenzio: cominciò lui a parlare. E la sua storia mi diede i dettagli delle immagini e dei suoni angosciosi che avevo sofferto… Ecco il suo racconto. “Caro Francesco ora sei in un tempo del futuro che non posso rivelarti. E’ un tempo in cui l’uomo sta tentando di riprendere in mano il suo testino. Purtroppo senza successo. Prima di allora vi sono stati tempi (secoli, anche se non molti, pensavo io) in cui l’uomo…. Sto andando troppo veloce? Allora fammi raccontare con ordine Il dramma iniziò alla fine della società industriale. Sì in quel periodo che anche noi chiamavamo post- industriale, post-moderno senza accorgerci che questa incapacità di scegliere un nome specifico significava non capire. In quel periodo accadde che perdemmo il senso del mondo che avevamo creato. E non riuscimmo a ricostruirlo.” “Scusa, ma cosa vuol dire …” . Mi interruppi e, prima di continuare nella domanda, con la relazionalità un po’ barocca tipica della nostra lingua, chiesi: “… Ecco posso darti del tu vero?”. Aleph sorrise e disse “Certo! Almeno se vuoi costruire con me un dialogo intenso e personale” Mi resi conto che le mie prime parole mi avevano fatto fare la figura dello sciocco e, con il desiderio di recuperare, continuai “Ecco … ma cosa vuol dire che avevamo perso il senso del mondo?” Aleph rimase un attimo in silenzio e poi ricominciò con la sua voce forte e serena: “Mi rendo conto che è difficile dialogare tra secoli. Io sono portato a dare per conosciute troppe cose che tu, invece, non puoi conoscere. Scusami, cercherò di essere più circostanziato. Spero di non sembrare troppo didascalico” Mi venne la tentazione di interromperlo con qualche altro convenevolo tipico del nostro barocco relazionarci, ma, per fortuna, riuscii a mi trattenermi. E lui continuò.
I.4 Incapaci di gestire la nostra creatura “La società industriale aveva dato all’uomo una capacità, mai avuta prima, di incidere nel mondo. Di trasformarlo a sua immagine e somiglianza. Noi usammo questa “nuova competenza” per generare una società che aveva caratteristiche completamente diverse rispetto alle società passate. Il problema fu che non riuscimmo a gestire questa società…”. Queste parole ebbero l’effetto di una doccia gelida di paura: mi fecero improvvisamente recuperare la padronanza di me. Acquisii improvvisamente consapevolezza che Aleph aveva parlato di loro. Loro che non avevano capito, che non avevano saputo gestire. Ma quei “loro” eravamo noi! Se Aleph, la sua gente ed il suo mondo erano il nostro futuro, allora noi eravamo il loro passato! Noi eravamo quella gente che non avevano capito, che non avevano saputo gestire. E mille domande cominciarono ad affacciarsi alla mia mente: ma come sono arrivato qui? E qui dove? In che anno? E chi è questo Aleph e mille altre.. Aleph capì, non so come, questo mio turbinio di pensieri. Forse il linguaggio del corpo gli aveva rivelato il cambiamento nel mio livello di auto consapevolezza. Forse … be’ sì .. forse era telepate … Mi soffermai un attimo su questo pensiero, inquietato ed affascinato nello stesso tempo. E le domande della mia mente (soprattutto quest’ultima) non riuscirono a diventare suono. Ma quasi non me ne accorsi perchè sentii la voce di Aleph che aveva ripreso a parlare: “Capisco il tuo turbamento. Io non so come reagirei se mi portassero via dal mio tempo. Ma placa un attimo tutte le domande che ti turbinano nella testa. Lasciale in silenzio. Lasciami rispondere dopo che ti ho, ecco sì insomma illustrato il problema. Meglio la sfida che ti proponiamo. Risponderò dopo alle domande che ti frullano nella testa .. se le reputerai ancora importanti”. La sua voce aveva la forza di placare il mondo: “Va bene ti ascolto”, risposi. E mentre dicevo queste parole mi chiedevo se le mie domande non gli fossero già chiare. Forse perché erano ovvie e forse perché le meno ovvie riusciva a .. leggerle.. O forse per qualche altro motivo misterioso che cominciavo a credere esistesse, ma che non riuscivo davvero ad immaginare quale fosse. Aleph non lasciò un attimo di silenzio tra il mio assenso e il suo ricominciare a parlare… “Dicevo – continuò Aleph – che non abbiamo saputo gestire le società che avevamo creato in un senso molto semplice. Avevamo creato società molto dinamiche, in continuo cambiamento, che continuamente richiedevano nuovi uomini e nuove istituzioni. Società così intensamente percorse da vere e proprie tempeste di innovazione che avrebbero potuto essere gestite solo da classi dirigenti capaci di ascoltare e portare a sintesi questo continuo fluire di idee, esigenze, immagini in modo da generare nuovi attori economici, sociali, politici istituzionali. Avrebbero potuto essere gestite da classi dirigenti capaci di gestire ecologie di conoscenze …. Capirai più tardi cosa significa questa espressione.
I.5 Classi dirigenti orientate al potere e non alla conoscenza Invece le nostre classi dirigenti hanno cercato solo di difendere il loro potere sulle vecchie istituzioni. Hanno considerato le tempeste di innovazioni in un primo momento come stranezze da coccolare con spirito mecenatesco. Tipica è stata la sorte di quella rivoluzione culturale che è stata la metafora della complessità. Essa poteva fornire gli strumenti culturali per gestire tempeste di innovazioni. Invece è stata considerata una stranezza da convegni. Ma poi queste tempeste di innovazioni sono diventate pressanti, sono diventate una precisa richiesta di nuovi attori economici (imprese radicalmente nuove), sociali e politici. Ed allora sono state percepite da classi dirigenti incapaci di controllarle come una minaccia al loro ruolo. Così sono state ignorate o, peggio, combattute. Noi, e quindi voi, li abbiamo ignorate e combattute. Le stranezze da convegni, cioè le innovazioni più profonde, cioè ancora le innovazioni culturali, sono state abbandonate. Soprattutto quella stranezza così strana come era la metafora della complessità che davvero avrebbe potuto diventare lo strumento per gestire la crescente tempesta di innovazioni.
I.6 Le innovazioni sono diventate forze distruttive Ma la tempesta di innovazioni diventò sempre più …. tempestosa. E gli attori economici, politici ed istituzionali che oggi voi coccolate diventarono i nemici da battere. E furono battuti. Voglio dire che la tempesta di innovazioni si è comportata come tutte le tempeste: ha distrutto attori che, invece di diventare i profeti che utilizzavano la forza dell’innovazione come flusso di energia positiva, si sono posti come argini per frenarle. Lo dico diversamente: ancora una volta l’uomo ha costretto la storia alla rivoluzione! Ma questa volta è stata una rivoluzione devastante. Immagina un intero sistema industriale che si spegne, un sistema finanziario che ne segue le sorti. Ma di più: una innovazione tecnologica devastante e poi interrotta ….” Confesso ad un certo punto persi il filo del discorso: rimasi silente ed attonito. Le domande che mi sembravano così urgenti (ma come sono arrivato qui? E qui dove? In che anno? E chi è questo Aleph) mi sembravano dettagli. Il mio pensiero correva disperatamente a cercare nelle immagini del nostro tempo che avevo nella mente i segni per contestare il futuro che Aleph mi stava raccontando sarebbe accaduto. Ma non li trovavo. Anzi più cercavo più trovavo conferme: il futuro prospettato da Aleph mi sembrava l’unico possibile … Non riuscivo a spiaccicare parola. Ancora una volta Aleph aveva capito
I.7 Una proposta “indecente” La voce di Aleph riprese: “Certo capisco la tua sorpresa. Il tuo sgomento. Ma sappi che non sei venuto nel futuro per vivere angosce. Sei qui perché il futuro può essere cambiato! Vedi il mio obiettivo è quello di sparire nella notte dei tempi….” Aleph capì che il suo raccontare peggiorava ad ogni parola il mio sbigottimento ed arrivò senza frapporre ulteriore indugio alla proposta che aveva in serbo: “Noi abbiamo capito cosa è successo, quali sono le dinamiche (gli errori) che hanno costruito la storia che hai percorso angosciosamente per giungere a noi. E che ha generato il nostro presente. Abbiamo capito, ma non sappiamo esattamente come cambiare! Questa nostra storia tragica ci pesa troppo. E’ difficile raccontarti la tristezza della consapevolezza. E’ difficile comunicare cosa prova chi ha scoperto un problema, ma non riesce a trovare una soluzione. Voi non avete ancora scoperto il problema, perchè siete ancora impegnatissimi a generarlo. Noi l’abbiamo scoperto, ma non sappiamo come evitarlo. Non sappiamo come riuscire a cogliere l’innovazione e strutturare il cambiamento per realizzarla. Sappiamo riconoscere le innovazioni che ci avevano visitato solo ora, dopo che hanno generato comportamenti rivoluzionari. Mentre stavamo drammaticamente cercando quello che non riuscivamo a trovare, il fantalico che mi ha preceduto (Aleph IV°) ha avuto una intuizione: noi non ci saremmo mai riusciti, ma se avessimo comunicato a voi le nostre scoperte, la nostra consapevolezza dei problemi e la conoscenza che ci ha portato a questa consapevolezza, ecco voi ci sareste riusciti a costruire un altro futuro. Soprattutto se l’avessimo comunicato alla persona giusta al tempo giusto. La persona giusta sei tu, il tempo giusto è questo: quando tu hai cominciato la tua nuova vita in quell’isola ad un soffio di mare dall’Africa”.
Mai tentativo di superare di aiutare un uomo a superare la sua angoscia ha generato un risultato peggiore: “Non solo mi stai dicendo che ci attende un futuro drammatico che è generato dalle nostre scelte, ma mi stai dicendo che io sono la chiave per cambiare questo futuro. E di più: mi stai dicendo che se io fallisco allora il futuro tragico che hai lasciato intuire, sia pur con una feroce efficacia, comincerà inesorabilmente a dipanarsi … “ dissi con un filo di voce ad Aleph V°. Egli annuì e continuò: “Sì stanno proprio così le cose! La sfida è tua. Se la superi il mondo sarà diverso, se non la superi, il mondo vivrà il futuro di angoscia che tu hai percorso. Comunque, se ti consola, sappi che non sarai solo ….”. “Come non sarò solo? Chi mi aiuterà?” chiesi ad Aleph. Aleph mi guardo cercando il profondo dei miei occhi e disse :” Noi e il mondo saremo con te! Noi ti forniremo tutta la conoscenza di cui disponiamo e poi il mondo ti aiuterà a completare e trasformare le idee che svilupperai utilizzando la nostra conoscenza. D’altra parte solo tutto il mondo insieme ed unito può trasformare i mondo”. La risposta non mi tolse angoscia perché era evidente che non potevo evitare la solitudine. Risposi “Sì certo mi aiuterete, ma prima e dopo. Nel mezzo tra il prima e il dopo sarò solo con l’impegno di immaginare quello che tutta la mia generazione ha già fallito una volta …. “. Seguì un silenzio carico di parole non dette, ma forti e chiare, che comunicavano la esigenze fondamentale. Era necessario decidere. Non so come, ma sapevo che potevo rifiutare. Ero certo che non sarebbe stato necessario neanche esplicitare il rifiuto. Come esso si fosse consolidato nel mio cuore e nella mia mente, ne ero certo, tutto l’universo che ora mi ospitava sarebbe piano piano scivolato nel sogno. E mi sarei risvegliato sulla soglia della mia villetta dove la dolcezza dell’aria della notte e delle stelle mi avrebbero convinto che era stato tutto un incubo. Ma come io sapevo che potevo rifiutare Aleph sapeva che non lo avrei fatto! E io sapevo che lui sapeva. Non fu necessario dire altro, la sfida non poteva essere rifiutata ed occorreva cominciare! Ed Aleph riprese a parlare: “ Caro Francesco, la storia si svilupperà come segue. Sarà fatta di stimoli e ….” I.8 Abbandonato per ignavia Non riuscii a sentire la conclusione della frase di Aleph perché improvvisamente tutto scomparve. Senza ridiscendere il cammino verso la torre che avevo sorvolato spinto da una mano di vento, senza ripercorrere l’angoscia del ritorno al presente rivedendo a ritroso un futuro angoscioso, mi ritrovai seduto davanti alla mia villetta immersa nel silenzio di una notte che era diventata ancora più ovattata, guardando un cielo che brillava di pace. “Ma non avevo detto di no! Aleph sapeva che avevo accettato … Perché tutto è scomparso? Davvero è stato tutto e solo un sogno?”. Rimasi confuso e senza risposta! La notte ed il cielo non avevano questa risposta. Non ero più angosciato, ero vuoto. Come orfano di una grande avventura che non avevo neppure cominciato! Fissai a lungo le stelle e cercai la saggezza della notte, ma tutto taceva. Ed allora, meccanicamente, ritornai in casa e, come sempre, accesi un ultima volta il computer per scaricare gli ultimi messaggi di posta. Era assurdo, ma ben nascosta in me rimaneva la speranza di trovare … un messaggio di Aleph. Naturalmente non trovai alcun messaggio, ma solo le solite grande giornaliere di chi sta cominciando una nuova avventura imprenditoriale. Lessi e risposi a tante piccole inezie, ma non riuscivo a dimenticare il sogno che avevo appena vissuto e che aveva più forza della realtà. Ed allora ... provai a cercare …, ma potevo solo cercare nel vuoto perché non sapevo come contattare un futuro che non ero neppure certo che esistesse. Oppure cercare in me stesso. Cominciai a rileggere la mia vita alla luce del colloquio con Aleph. E rividi la voglia di cambiare il mondo della mia generazione. Ricordai che all’inizio fu una voglia nobile e fiera nel fine, ma, poi, sbagliò i mezzi. Accidenti mi stavo accorgendo che noi rivoluzionari abbiamo fatto come tutti i rivoluzionari di tutti i tempi: abbiamo scalzato una classe dirigente, ma solo per la voglia di metterci al loro posto. Così facendo certamente non si attuano cambiamenti, ma si perpetuano strutture di potere. Sempre le stesse logiche e le stesse strutture di potere …
I.9 Inizia il cammino Così viaggiavano i miei pensieri ed improvvisamente risentii la voce di Aleph. Guardai nella direzione della voce e vidi l’immagine di Aleph che si andava consolidando davanti a me. Dopo pochi secondi Aleph V° il fantalico era seduto nel divano del mio studio davanti alla mia scrivania. E cominciò a parlare “Vedi Francesco, io non so perché accade, ma accade .. “. “Cosa accade?” chiesi impaziente. “Che il nostro dialogo ce lo dobbiamo conquistare! Ricordi quando mi hai visto sparire? Ecco è perché il dialogo era un monologo. Voglio dire che tu non lo meritavi. Chi ci permette di effettuare questo strano dialogo tra secoli (“Ma chi è questo misterioso demiurgo del tempo?” mi chiesi senza aver il coraggio di interrompere Aleph) non accetta monologhi. Permette questo dialogo solo se ambedue le parti ne sono costantemente degne. E tu, invece di partecipare, contribuire, ti limitavi ad ascoltare. Ed allora ha interrotto il nostro dialogare. Poi tu (forse perché inconsciamente hai capito) ti sei riscattato. Hai cominciata pensare a riflettere. Sono nate delle idee, ti è venuta la voglia di raccontarle. Ed ecco che il dialogo è tornato possibile …”. Questa volta stavo per interrompere Aleph con una delle mie sciocchezze, ma non lo permise e continuo: “ Ti stavo dicendo come ti proponiamo di portare avanti questo tuo impegno. Francesco, io ho apprezzato il contributo della tua riflessione: una rivoluzione produce sempre una burocrazia violenta che, poi, deve essere sostituita da un’altra burocrazia violenta che necessita a sua volta di essere rivoluzionata fino a quando non capita una rivoluzione che distrugge così tanto che non rimane più nulla. Se una rivoluzione produce una burocrazia certamente non rivoluziona il mondo. Ma non basta aggiungere questa riflessione alla mia. Perché rimane aperta la domanda drammatica. Ma allora cosa fare? Fino ad ora le nostre riflessioni solo piccoli flashes su di un mondo che dobbiamo ancora scoprire. Cominciamo davvero il cammino …” Senza frapporre un indugio che temevo potesse nuovamente far sciogliere Aleph nelle nebbie del tempo chiesi: “Ma qual è il primo passo?”. Aleph guardò un attimo nel vuoto, in un vuoto che si sentiva essere carico di storia. E poi mi propose il primo passo: “ Caro Francesco, il primo passo è nel computer!”. “Nel computer?” chiesi con una certa sorpresa. Ma Aleph non era più seduto sul divano e non poteva ascoltare il mio stupore. Non ebbi il tempo di smarrirmi, il computer mi informò con il suo classico “Tling tlong” che era arrivata una nuova e-mail. L’indirizzo del mittente era: alephquinto@tiscali.it. Ricordai immediatamente quello che pochi minuti prima mi era sembrata una sciocchezza: attendere di vedere sul computer i messaggi di Aleph. E il mio pensiero cominciò a riflettere sui tanti misteri che intuivo all’interno del grande mistero del dialogo tra presente e futuro: la misteriosa figura del demiurgo di questo dialogo che mi sembrava famigliare, il mio intuire piano piano cosa stava accadendo. Ma il mio pensare si perdeva nel nulla. E così aprii la e-mail: conteneva un messaggio ed un allegato.
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